Categorie
Edilizia

Umidità da condensazione

L’umidità da condensazione è un fenomeno fisico legato a numerosi fattori fra i quali i principali sono la TEMPERATURA interna ed esterna ed il VAPORE ACQUEO interno.
Il deposito di quest’ultimo, sotto forma di microgocce, è determinato infatti dal raffreddamento sino alla saturazione dì detto vapore a contatto con superfici a temperatura inferiore, (l’appannarsi delle finestre con il nostro alito ne è la più semplice e visibile conseguenza).
Negli edifici le superfici maggiormente disperdenti e quindi più fredde nella stagione invernale sono, oltre alle ovvie finestre, in assenza o carenza dì idonea coibentazione (isolamento termico), i pilastri, le travi, i sottofinestre e tutte le pareti su spazi aperti,  quali pareti e soffitti di attici o pavimenti su pylotis o box aperti o su aggetti, (per di più, se vi sono solette aggettanti quali balconi o cornicioni, questi acuiscono tali dispersioni agendo, per similitudine, come le alette dei cilindri motociclistici),   il tutto in funzione poi dell’esposizione e quindi dell’irrag­giamento solare.

Più sfavorite sono le superfici esposte a NORD-NORD/EST, specialmente durante le minime notturne, (all’incirca intorno alle ore 5/6 a.m.) proprio quando massima è la concentrazione di vapore nelle abitazioni ed in parti­colare nelle camere da letto.

La produzione del vapore acqueo, che è l’altra principale concausa della condensa, è poi principalmente legato alle attività antropiche quali la respirazione e la traspirazione, (ogni adulto emette 60/80 gr di vapore ogni ora e in condizioni di riposo), alla cot­tura dei cibi, alle docce, agli indumenti messi ad asciugare sui radiatori ed all’eventuale uso di stufe a gas liquido.
Tuttavia la sola scarsa resistenza termica delle superfici perimetrali e la produzione eccessiva di vapore se prese singolarmente spesso non conducono ad indesiderati effetti ma se ad esse si combinano e si sommano altri fattori quali un insufficiente ricambio dell’aria, (vedi anche la presenza di infissi in alluminio “a perfetta tenuta”, che privano gli ambienti del tanto vituperato “spiffero” degli infissi in legno), una limitata cubatura dei locali e/o un loro sovraffollamento, sì ha l’insorgenza dei fenomeni di condensazione e il più delle volte, come conseguenza, la proliferazione delle spore delle muffe.

Se infatti gli intonaci non  sono “traspiranti”, (tinte lavabili, quarzi plastici e carta da parati con supporto vinilico sono materiali “filmogeni”, non permettono cioè alcun passaggio di vapore), sul substrato umidiccio che si crea durante la condensazione at­tecchiscono le spore delle muffe, sempre presenti nell’aria, all’inizio dove è minima la circolazione dell’aria, (negli angoli, dietro i quadri, dietro i mobili, negli armadi ecc.) o dove è più fertile il terreno nutritivo messo a disposizione sia dalla superficie muraria che dai materiali organici (stoffe, pelli, carta ecc.), per diffondersi poi anche alle zone meno favorevoli ma che ne consentano comunque il ciclo vitale.

Le muffe sono in definitiva l’elemento che evidenzia questo stato di cose e per eliminarle non è sufficiente asportarle con un biocida dal risultato effimero (il più a buon mercato è l’ipoclorito di sodio o varichina), ma è necessario inter­venire a monte per eliminare i fenomeni di condensazione che le favoriscono e ne permettono la proliferazione.
A questo fine gli interventi di risanamento possono essere di vario tipo ma sostanzialmente si deve intervenire aumentando la resistenza termica delle strutture, (eliminando i ponti termici e quindi i punti più freddi dove appunto si “condensa” il vapore) e contestualmente cercando di tenere sotto controllo il vapore in eccesso.

Tra le tante soluzioni possibili, il primo obiettivo può essere ottenuto, sempre dopo aver verificato che non vi siano infiltrazioni reali, agendo o all’interno, sulle relative pareti, (e non nelle sole intercapedini che lascerebbero scoperti i ponti termici quali pilastri e travi), applicando un coibente sulle superfici perimetrali interessate dai fenomeni, (ottimi i pannelli preaccoppiati di cartongesso/­polistirolo), oppure dall’esterno applicando coibentazioni specifiche sui terrazzi di copertura o sugli intradossi degli aggetti e dei  pylotis o, nei casi più drastici, operando un totale rivestimento esterno “a cappotto”.

Per il secondo punto si può contenere la produzione del vapore interno aumentando i relativi ricambi d’aria, se necessario, applicando sui vetri delle finestre o sui muri appositamente forati Øl0, degli estrattori d’aria dotati di comando automatico con assenso ad umidità relativa maggiore del 65 %.
Detti apparecchi, facilmente reperibili in commercio, sono sempre collegati alla rete elettrica ed in tal modo, svincolati da comandi manuali, per­mettono un costante controllo dell’umidità in eccesso.

Categorie
Edilizia

Umidità nei muri di casa

La capillarità o umidità ascendente è un fenomeno fisico che permette l’assorbimento di liquidi in tutti i materiali porosi, ma mentre in natura è sempre positivo (si pensi per es. alla circolazione della linfa negli alberi), in edilizia può dar luogo a sgradevoli effetti.

Oltre infatti al degrado estetico, dovuto agli intonaci sgretolati o distaccati o corrosi con il tipico andamento ad onda, vanno considerati il sempre possibile indebolimento statico delle strutture, (se ad es. vi sono sgrottamenti sotto le fondazioni dovute a perdite dalle reti delle acque nere), e soprattutto i danni cagionati alla salute delle persone che vivono in un ambiente saturo di umidità.

Le strutture più assorbenti sono ovviamente quelle in muratura in quanto le porosità presenti nei tufi, nei mattoni pieni e nelle malte che le compongono favoriscono la risalita dell’acqua, tanto più se le pareti sono impedite nella naturale evaporazione per es. con zoccolature in materiali lapidei all’esterno e all’interno degli ambienti abitati: tinte filmogene non traspiranti, tinte lavabili, parati con supporto vinilico, ecc.

L’apporto dell’acqua poi può dipendere da difetti di costruzione ab origine: ex cantine divenute appartamenti, intercapedini perimetrali eliminate per ottenere maggiori superfici “vendibili”, ecc., oppure può dipendere da svariati motivi sopravvenuti nel tempo quali ad es. la chiusura di griglie di ventilazione nelle intercapedini esterne o la sopraggiunta perdita per vetustà delle capacità impermeabilizzanti degli originari strati di catrame, ecc..
In ogni caso comunque è essenziale individuarne con precisione le cause per evitare interventi correttivi spesso inutili e a volte controproducenti.

Non sempre infatti detti interventi vengono posti in giusta relazione con le relative cause scatenanti l’umidità ascendente.
Se ad esempio una parte della muratura è più bagnata rispetto alle limitrofe, (auspicabile in questi casi l’utilizzo di un apposito igrometro), è molto probabile che vi sia in prossimità una perdita localizzata o da una tubazione o molto più spesso da un pozzetto o da una tratta delle fognature, (ottimi per distinguere tra acque bianche o nere i reagenti ai sali nitrati), se invece è tutta una parete ad esserne interessata, per es. in una villa su un declivio, conviene controllare, sempre che vi sia, il relativo drenaggio a monte e se infine è tutto un interrato ad esserne coinvolto può dipendere o da una perdita attiva da molto tempo, (frequentissime quelle relative alle reti delle acque nere), oppure dalle oscillazioni di una possibile sottostante falda freatica.

Più in generale, individuate con precisione le cause della capillarità, ogni intervento va poi valutato in funzione della destinazione degli ambienti, (in sostanza in un locale destinato alla permanenza di persone andranno eseguiti lavori che potrebbe­ro essere ritenuti non convenienti in un analogo locale destinato a semplice deposito).

In questa ottica va infine operata una scelta fondamentale, se limitarsi cioè a fruire degli ambienti resi salubri con opportuni accorgimenti ma lasciando le strutture umide o se al contrario eseguire interventi più radicali, (e più onerosi), per asciugare le mura.
Nella prima ipotesi si dovrà impedire l’evaporazione verso l’interno da tutte le superfici umide, isolando i pavimenti e controfode­rando tutte le pareti con idonee barriere al vapore (ottimo a tal fine il polietilene pesante montato in soluzione continua, sormontato o risvoltato ai bordi), protette a loro volta da contropareti di varia natura, (il minore ingombro  si ottiene con le semplici lastre di cartongesso per locali umidi, montate con stop a testa concava o in polietilene direttamente sulla barriera a vapore), mentre nel secondo caso, più complesso ed oneroso, va ulteriormente valutata la scelta tra l’esecuzione di solai ventilati e coibentati, meglio se posti in comunicazione con intercapedini perimetrali areate, oppure la drastica e definitiva interruzione della risalita dell’acqua con taglio meccanico della muratura ed interposta barriera anticapìllare.

Per finire vanno segnalate ulteriori soluzioni proposte dal mercato quali gli intonaci idrorepellenti, deumidificanti o evaporanti, alle varie barriere chimiche, ai sifoni di Knapen, ai cementi osmotici, alla elettroosmosi fino ai semplici deumidificatori, con l’avvertenza che spesso tali tecniche o materiali, per mia diretta esperienza, non sono del tutto risolutivi se non in casi particolari o abbinati ad altre soluzioni.

Categorie
Edilizia

Il primo passo per il risparmio energetico

Perché isolare
La politica di risparmio energetico punta ad un migliore isolamento termico degli edifici, grazie ad un maggiore utilizzo di tecnologie ad alta efficienza, nonché all’impiego di fonti rinnovabili.
E’ solo agendo sulle caratteristiche intrinseche degli edifici che è possibile rendere efficaci successivi interventi finalizzati al risparmio energetico, che applicano tecnologie di utilizzazione, soprattutto, dell’energia solare. Inoltre agire sulle caratteristiche di isolamento di un edificio, esistente o di progetto, significa mettere in gioco somme relativamente basse e con tempi di recupero dell’investimento  (attraverso il risparmio energetico ottenuto) generalmente brevi, tanto da far percepire l’utilità dell’intervento, almeno dal punto di vista economico.

Un corretto isolamento termico (diminuendo le dispersioni di calore per trasmissione verso l’esterno, in inverno, attraverso le pareti perimetrali, le pareti confinanti con zone non riscaldate, le coperture, gli eventuali  pavimenti poggianti sul terreno e i ponti termici) riduce la quantità di energia necessaria per il riscaldamento, che oggi è una delle voci più consistenti di consumo.
A tale proposito la Legge 10/91 sul risparmio energetico fissa dei limiti relativi alle dispersioni per trasmissione, attraverso un coefficiente volumico limite di dispersione per trasmissione (Cdlim), che rappresenta la massima potenza che può essere dispersa dall’unità di volume dell’edificio e per una differenza unitaria di temperatura tra interno ed esterno. Fissa inoltre un limite anche al fabbisogno termico attraverso una grandezza, il FENlim (fabbisogno termico normalizzato, invernale).
Da queste due grandezze intuiamo che le spese di riscaldamento dipendono dalla grandezza dell’ambiente da riscaldare (volume), dal clima esterno e dalla temperatura che si vuole all’interno (differenza di temperatura tra interno ed esterno) ed anche dall’isolamento termico.
Questo significa che un edificio, a seconda della zona climatica in cui si trova, non dovrebbe disperdere più di quanto fissato dalla legge, e non può avere una necessità di energia maggiore di quella determinata dalla norma stessa.
È utile riflettere sul fatto che una percentuale molto bassa degli edifici esistenti nel nostro paese rispetta tali limiti.

Cosa e come isolare

Isolamento di pareti
L’isolamento delle pareti perimetrali può avvenire secondo tre modalità diverse:
1) isolamento in intercapedine,
2) dall’interno,
3) dall’esterno (detto a cappotto).

L’inserimento dell’isolante termico nell’intercapedine tra due pareti è molto diffuso; l’isolamento dall’interno è utilizzato in particolare in interventi di ristrutturazione, per vantaggi piuttosto ovvi relativi alla facilità della posa in opera e al risparmio economico che si ottiene evitando l’onere di altre opere edili; l’isolamento a cappotto consiste nell’applicazione sull’intera superficie esterna verticale dell’edificio di pannelli isolanti, sui quali viene poi applicato lo strato di finitura. Delle tre questa ultima è la tecnica più costosa e complessa, anche perché necessita di opere provvisionali di servizio (ponteggi).

Tecniche di isolamento:  in intercapedine, dall’ interno, dall’esterno.

Qualche esempio: se si è in presenza di una muratura piena si può decidere di isolare indifferentemente dall’interno o dall’esterno. Paragonando i due interventi, il primo è di poco più economico del secondo (utilizzando come materiale il polistirene siamo intorno ai 45,00 € al mq contro i 50,00 €) ma dà come risultato un risparmio energetico minore (il 20% contro il 25%). Il tempo di recupero economico varia da più di 12 anni a meno di 4 anni, per il primo intervento, mentre varia da più di 12 anni a meno di 6 anni e mezzo per il secondo intervento.
È chiaro che le variazioni dipendono dal clima, più una zona è “fredda”  più energia necessita per essere scaldata, e dunque più tempo ci  vorrà per recuperare l’investimento.
Se si è invece in presenza di una muratura con intercapedine, l’intervento più conveniente è proprio l’isolamento nell’intercapedine stessa in quanto, facendo un calcolo e ipotizzando di utilizzare la vermiculite come materiale isolante, vediamo che il risparmio ottenuto si aggira intorno al 25%, mentre la spesa da sostenere è di circa 30,00 € al mq e che il tempo di ritorno economico varia anche qui da un più di 12 anni a meno di 4, a seconda della zona climatica.
Isolamento di coperture
Tra tutte le superfici esterne di un edificio, spesso il tetto è l’elemento che disperde più calore, non è difficile isolarlo e relativamente poco costoso.
Se si tratta di una copertura piana l’intervento è piuttosto delicato in quanto è necessaria una accurata impermeabilizzazione, e se praticabile, anche di una adeguata pavimentazione.
Se siamo in presenza di un sottotetto non praticabile conviene posizionare lo strato isolante sul pavimento del sottotetto stesso: porlo infatti sulla superficie inclinata della copertura a falde significherebbe riscaldarlo inutilmente con il calore che sale dagli ambienti sottostanti. Questa alternativa la si utilizza nel momento in cui il sottotetto è praticabile e quindi è un ambiente da riscaldare a tutti gli effetti.
Infine se in copertura abbiamo un ultimo piano, sarà sufficiente isolare l’ultimo solaio.
I costi variano per una copertura piana dai 40,00 € circa al mq, se non praticabile, ai 90,00 € se praticabile: aumentano infatti le spese relative all’impermeabilizzazione e alla pavimentazione; il risparmio si aggira intorno al 15-20%; e i tempi di recupero economico anche in questo caso variano in base alla zona climatica da meno di 12 anni e meno di 6 anni e mezzo per una copertura non praticabile, mentre si aggira intorno ai 12 anni per una copertura praticabile.
Invece i costi per una copertura inclinata variano dai 15,00 € ai 45,00 € in base alla praticabilità del sottotetto; il risparmio ottenuto oscilla dal 10% al 20%; il tempo di recupero economico varia da meno di 12 anni a meno di 4 anni.
Se abbiamo inoltre a che fare con un ultimo solaio, la situazione è simile a quella della copertura inclinata.

Isolamento di solai inferiori
Gli alloggi che si trovano sopra i porticati, spesso disperdono il calore attraverso il pavimento a diretto contatto con l’ambiente esterno più freddo; anche garage e cantine hanno apporti di calore, inutili, dagli ambienti sovrastanti riscaldati.
Si elimina questo inconveniente semplicemente isolando il soffitto dei locali non riscaldati o dei porticati.

E’ ovvio che una volta ultimati gli interventi di isolamento, se ci troviamo in un edificio esistente, bisognerà regolare nuovamente l’impianto di riscaldamento, altrimenti il risultato sarà solo un ambiente più caldo, senza alcun risparmio.

Categorie
Edilizia

Filosofia del restauro

Il termine restauro è, forse, una delle accezioni più generiche e maggiormente abusate dei nostri tempi.
A leggere i vari dizionari italiani, sembrerebbe significasse solo il ripristinare un’opera, farla tornare allo stato quo-ante, ricostituendone le parti deteriorate e i colori. Ma ciò appare superficiale e poco esaustivo in rapporto alla cultura della conservazione che vige, in particolare modo, nei Paesi di antica tradizione.

Restaurare un bene, nel nostro intimo, non è solo ripristinarlo alla sua primitiva funzionalità, ma più genericamente, alla sua funzionalità, che non può escludere quella dettata  dalla attuale esigenza e dall’uso corrente che si può fare di detto bene. Allora, restaurare non  è più solo ripristinare o conservare ma anche adeguare e, ove necessario, modificare, per rendere costantemente fruibile il bene in questione.

Per poterci avvicinare maggiormente al nocciolo del problema, bisogna fare un’altra considerazione.
Un bene è tale e resta tale, se è utilizzato. Tutte le grandi opere del passato: monumenti, chiese, palazzi storici, piazze, sculture, pitture; sono giunte ai nostri giorni solo se e quando sono stati utilizzati. Infatti, laddove un palazzo, un luogo di culto, un’area, abbia perso il suo quotidiano uso da parte dell’uomo, oppure una statua o un dipinto abbia perso l’interesse di questo, le stesse sono scadute fino alla loro parziale o totale rovina. E’ l’uso, quindi, che conserva le cose, poiché in esso è racchiuso l’interesse che abbiamo per loro. E questo, a pensarci bene, è quasi un assurdo poiché, anziché conservarsi meglio laddove l’uomo non le utilizza e quindi non le consuma, vivono di più quando praticate, vissute, adoperate, quasi che l’uomo con la sua assidua presenza, gli trasferisse una parte della sua stessa vita conferendogli una sorta di forza sostenitrice.

Ma è un fatto che, con il passare degli anni, dei secoli, dei millenni, con il cambiamento delle esigenze dell’uomo, varia anche l’uso che si può fare dello stesso bene. Ciò comporta che, al fine di conservare l’interesse a detto utilizzo, il bene stesso deve essere periodicamente adeguato alle nuove esigenze, le quali via via, vanno mutando. Solo a questa condizione il bene continuerà ad avere un interesse per il fruitore e quindi, egli stesso avrà interesse a conservarlo, dando così modo ai posteri di trovarlo tanto in buono stato da indurli a utilizzarlo a loro volta e quindi, a conservarlo ancora .
Ecco che in questa sorta di moto perpetuo, il concetto di modificazione del bene, quando naturalmente utilizzato cum grano salis, assume  un aspetto essenzialmente conservativo.
Ma ciò non basta.

Un’opera d’arte, ovvero un bene importante, di pregio, di valore, è tale in quanto noi gli riconosciamo tanta importanza, pregio o valore.
Il bene quindi, di per se, non ha  e non può avere alcun valore intrinseco, se non solo quello che il nostro riconoscimento gli attribuisce. E per dirla con un concetto commercialmente moderno, un bene vale tanto quanto siamo disposti a pagarlo. Ovvero, se non siamo disposti a pagarlo, non vale nulla.
A questo punto sembrerebbe chiaro che cosa è il restauro. E’, o meglio dovrebbe essere, quell’opera che siamo pronti a fare per  migliorare (dal punto di vista architettonico e dell’utilizzo) il bene in questione, al fine di usarlo sempre meglio.
Ma non è così, ovvero, non può essere solo questo.
L’atto di restaurare per conservare, deve essere considerato come il segno del nostro intimo legame con il passato, forse, per mezzo di esso, ci sentiamo un anello della catena che si srotola nel tempo interminabile, con continuità ininterrotta. Essere parte e partecipi di questo tempo; è, in qualche modo, contribuire alla conservazione della storia, piccola o grande, comunque storia; è sentirsi legati al nostro passato, alle cose fatte da altri che sentiamo nostri avi, e al futuro, nella speranza di rimanere a convivere in qualche modo con quell’oggetto, quelle pietre restaurate, anche dopo la nostra materiale morte. E’ sapere che mani oggi inesistenti toccheranno la nostra opera, che occhi ne godranno, che intelletti si stupiranno ancora nel rimirarla.

Quindi, principalmente, è un atto d’amore che azzarderei a definire quasi narcisistico. Perché donare se stessi (sotto qualunque forma; l’esecuzione materiale dell’opera – la dedizione – il danaro) al fine di ridare primigenia bellezza ad un qualcosa, ancorché spinti dall’interesse dell’uso, resta una volontà che nuove dal nostro inconscio, e prova ne è, che al fine tendiamo a riconoscerci in essa, a compiacerci e a vantarci, dell’opera eseguita o fatta eseguire.

Cosa c’è allora dentro di noi che ci spinge a questo restauro, che ci fa sentire soddisfatti di aver faticato, speso danaro, tribolato a volte, per donare nuova bellezza ad un oggetto, ad una costruzione?

Può essere solo un sentimento inconscio di conservazione che estendiamo, non solo a noi stessi, bensì a tutto ciò che ci circonda, incontrollato e incontrollabile, presente da sempre nel DNA degli uomini, ereditato e trasmesso al di là delle nostre stesse volontà, dei tempi, delle evoluzioni.
Ed è l’amore per il bello che Platone cantava, è la gioia che appaga lo spirito illudendoci di felicità, è, forse, un modo per sentirci più vicini a Dio.

Categorie
Edilizia

Isolamento termico dell’appartamento

La maggior diffusione del gas metano degli ultimi anni, insieme alle facilitazioni introdotte dalla normativa vigente (legge n. 10/91), ha agevolato il passaggio dalla caldaia centralizzata a quella individuale. Secondo la normativa, infatti, tale trasformazione può essere decisa dalla semplice maggioranza millesimale e non più dall’unanimità dei condomini.
Un impianto autonomo rispetto a quello centralizzato, consente una maggiore libertà nella gestione del riscaldamento domestico, in termini di scelta sia dei tempi di accensione dell’impianto sia delle temperature desiderate. Una gestione del riscaldamento che rispecchia il proprio stile di vita permette di risparmiare molto, tuttavia, un impianto individuale associa a tale vantaggio una serie non trascurabile di svantaggi:

– è necessario rompere muri e pavimenti per costruire camini e canne fumarie sopra il colmo del tetto per lo scarico dei fumi, nuove tubature per il trasporto dell’acqua calda e del gas;
– è necessario convertire l’impianto a metano;
– è meno sicuro perché, in un condominio con tanti impianti singoli, basta che un solo proprietario trascuri le norme di sicurezza per creare pericoli per tutti;
– la manutenzione di tante singole caldaie è più costosa poiché le spese fisse non sono divise tra tutti i condomini.

Al momento esiste una valida alternativa tecnologica che coniuga i vantaggi dell’impianto centralizzato con quelli dell’impianto di riscaldamento individuale, in altre parole un impianto centralizzato con la contabilizzazione termica.
Tale impianto permette di gestire in modo autonomo il riscaldamento del proprio appartamento, mentre la caldaia rimane sempre unica per tutto il condominio. Ogni condomino ha la possibilità, attraverso particolari dispositivi, di spegnere, ridurre o aumentare (entro il limite di legge di 20 gradi in media, più due di tolleranza) la temperatura del proprio appartamento.
I dispositivi che fanno la differenza sono:
– il contatore individuale, grazie al quale è misurata (contabilizzata) la quantità di calore effettivamente consumata;
– la valvola termostatica, che installata su ogni singolo radiante, permette di scegliere la temperatura e gli orari che più soddisfano le esigenze del singolo condomino.
I vantaggi di quest’impianto si traducono, pertanto, in “si paga quel che si consuma e si usa solo quando serve”.

Per la contabilizzazione del calore, come per l’energia elettrica, bisogna pagare una quota fissa delle spese di riscaldamento per coprire i costi della manutenzione della caldaia comune e degli altri apparecchi collegati. Tale quota fissa, stabilita dall’assemblea di condominio, varia tra il 20 ed il 50% dei costi totali di riscaldamento, in funzione del tipo d’impianto. Essa è suddivisa tra i condomini sulla base della ripartizione millesimale degli appartamenti. La parte restante delle spese di riscaldamento per ogni condomino corrisponde al calore consumato misurato dalle apposite apparecchiature di contabilizzazione.

Migliorare le caratteristiche di isolamento termico dell’edificio

L’isolamento termico dell’involucro è considerato dalla normativa vigente (L.10/91) la prima misura di risparmio energetico, in quanto più efficiente ed economica perché i costi di investimento si recuperano già entro pochi anni tramite i risparmi energetici ottenuti.
Le caratteristiche dell’isolamento termico influiscono sulle dispersioni di calore per trasmissione verso l’esterno (in inverno) attraverso le pareti perimetrali, le pareti confinanti con zone non riscaldate, le coperture, gli eventuali  pavimenti poggianti sul terreno e i ponti termici.  Ridurre le dispersioni per trasmissione è importante perché il fabbisogno termico di un edificio, ovvero l‘energia primaria di cui necessita nei mesi di riscaldamento, affinché la temperatura interna resti costante ad un determinato valore fissato dalla normativa, si calcola attraverso un bilancio energetico (perdite – guadagni): valutando cioè l’energia in uscita (dispersioni per trasmissione, per ventilazione, perdite relative all’impianto e apporti gratuiti solari non utilizzati) e l’energia in entrata (apporti gratuiti solari ed energia primaria immessa dall’impianto di riscaldamento).

Agendo quindi sull’isolamento termico si può ridurre il consumo di energia (di circa il 20%) per l’impianto di riscaldamento con risvolti economici ed ambientali.

Ridurre le infiltrazioni di aria fredda esterna e limitare le dispersioni di aria calda interna dagli infissi
Prima di arrivare alla sostituzione completa dell’infisso esistente con un infisso di nuova  generazione, che possiede un coefficiente U di trasmittanza (watt dispersi al mq per ogni C° di differenza tra interno ed esterno) molto basso, è possibile mettere in atto piccoli accorgimenti:
– utilizzare delle guarnizioni (es. silicone!!);
– creare un doppio vetro inserendone uno nuovo sull’esistente;
– creare un nuovo serramento, internamente od esternamente all’esistente;
– isolare il cassonetto (bastano 2 cm di spazio).

Manutenzione dell’impianto di riscaldamento

Le operazioni di manutenzione dell’impianto sono semplici e convenienti laddove la caldaia non sia vecchia tanto da richiedere la sostituzione.
Esse sono tutte  finalizzate ad evitare che parte dell’energia destinata a riscaldare la casa sia dispersa all’esterno:
controllo della temperatura ed analisi dei fumi che fuoriescono;
– pulizia della caldaia;
– regolazione del bruciatore.

Categorie
Edilizia

Le case italiane consumano troppa energia

I consumi energetici e ambientali delle abitazioni
I criteri costruttivi ed i materiali impiegati in Italia dagli anni ’60 in avanti per edificare le case, non hanno tenuto in alcuna considerazione l’efficienza energetica degli edifici che si andavano costruendo e il risultato è che la maggior parte delle case italiane consumano troppa energia: nel Nord Italia il consumo energetico medio è attorno ai 200 kWh/(mq*anno), mentre quello delle case del Centro Sud si attesta intorno a 150 kWh/(mq*anno).

Le famiglie pagano questa inefficienza con una bolletta energetica molto elevata, che ammonterebbe, per il riscaldamento invernale ed il condizionamento estivo, a circa  1.500 – 2.000 euro (fonte Adiconsum).  Sfortunatamente il prezzo che paghiamo per vivere bene nelle nostre abitazioni non è solo economico. Infatti in Italia le emissioni di CO2 sono aumentate di circa il 5% quando invece si sarebbe dovuto ridurle del 6,5% rispetto ai valori del 1990 (Protocollo di K’yoto, 1996) .

Già questa, evidentemente, è un’ottima ragione per risparmiare energia, ma non è l’unica. Vi sono anche fattori geopolitici di enorme importanza, che emergono con inequivocabile chiarezza proprio in questi mesi in cui si è tornato a parlare di un conflitto nel Medio Oriente. Sul fatto che all’origine di queste tensioni vi sia principalmente la dipendenza dei paesi industrializzati dalle risorse petrolifere concentrate in questa parte del mondo, penso si possano nutrire pochi dubbi.

Le grandi potenzialità da sfruttare
Quando parliamo di risparmio energetico, il primo e principale capitale da sfruttare è proprio l’energia che oggi viene inutilmente sprecata.
Le prospettive per raggiungere l’obiettivo di una progressiva autosufficienza energetica esistono e proprio nel settore dell’edilizia abitativa ci sono grandi possibilità.
Se la gran parte del danno ormai è stato fatto e non sono pensabili interventi su larga scala di ricostruzione del patrimonio edilizio, tuttavia alcune linee di azione sono oggi possibili ed economicamente convenienti: ovvero è possibile migliorare significativamente l’efficienza energetica di edifici esistenti con opportuni interventi.

La Certificazione Energetica degli edifici
Ognuno di noi conosce, più o meno, il consumo della propria autovettura, 5 litri, 8 litri, 10 litri per 100 km. Dell’edificio in cui viviamo nessuno è in grado di dare una informazione sul consumo effettivo.
Per questo motivo si pensa di introdurre l’obbligo di costruire pensando al risparmio energetico. L’ obiettivo è il controllo della qualità energetica di un edificio. Il problema poi diviene una questione di comunicazione e di condivisione delle conoscenze. Viviamo in un mondo altamente “specializzato”, dove il committente della costruzione di un edificio si deve affidare alle conoscenze di un esperto.

Quest’ultimo le applica lavorando nel modo che gli è stato insegnato e finendo così per applicare un certo standard, soprattutto in materia di soluzioni impiantistiche. L’utente, ovvero il soggetto maggiormente interessato e che in questo edificio vivrà probabilmente per decenni, non può inserirsi in una discussione specialistica; non sa nulla di coefficienti, di energia passiva solare. L’unica cosa che sa, è ciò che apprende per esperienza diretta dopo il primo inverno passato nella nuova casa, ovvero quando gli arriva il “conto” delle spese energetiche e che contiene quasi sempre delle spiacevoli sorprese.
La Comunità Europea ha introdotto una classificazione per gli elettrodomestici estremamente chiara. Anche chi non è del settore capisce che una classe “A” (o il colore verde rispetto al rosso) è sempre buona, e che più si va verso il basso, tanto peggiore è la qualità. Applicare questo metodo al settore edilizio significa analizzare il bilancio energetico dell’edificio. Con questo strumento possiamo individuare i fattori negativi e quelli positivi e capire come e dove intervenire.
Si tratta perciò di un sorta di passaporto dell’edificio  in cui i dati, che si riferiscono al risparmio energetico, vengono sintetizzati in una semplice tabella di facile lettura.

Conclusioni
Alla luce di queste considerazioni si possono accennare ad alcune possibili linee di azione per modificare la situazione. In primo luogo va programmata un massiccia azione per modificare la cultura prevalente nei consumatori nell’acquisto/affitto dell’abitazione: occorre integrare il criterio che privilegia la scelta della casa in funzione del suo aspetto estetico e funzionale, con un’attenzione per il consumo energetico della stessa.
In secondo luogo, le Amministrazioni Locali dovrebbero vincolare le nuove costruzioni e le ristrutturazioni degli edifici esistenti al rispetto di norme più restrittive in materia di consumo energetico ed all’impiego delle migliori tecnologie/materiali disponibili.
E fortunatamente esempi in questo senso sono già numerosi.

Categorie
Edilizia

Inquinamento acustico nei condomini

Sentir cinguettare gli uccellini, frusciare il vento, infrangere le onde sugli scogli è suono piacevole, ma anche rumore.
Ascoltare la Toccata e Fuga in Re Minore di Bach o il Bel Danubio blu di Strauss o Thriller di Michael Jackson è suono, ma anche rumore.
Tutto sta il modo nel quale ci viene proposto, la durata, l’intensità, il livello.
Anche il cane della vicina di casa che abbaia tutte le notti, o la sirena d’allarme del negozio all’angolo è suono, ma soprattutto, rumore.
Senza il “rumore” non potremmo comunicare, poiché la parola è suono, vibrazione. Senza il rumore, non potremmo ascoltare il nostro cuore, o diagnosticare un anomalo cigolio della nostra auto. Percepire il rumore è per l’uomo fondamentale come vedere, toccare, e chi è privo di tale possibilità, sa quanto grande sia l’handicap.

IL RUMORE
Quando un suono disturba il nostro campo uditivo, lo definiamo rumore. In genere  se un suono ci disturba, può dipendere dalla sua qualità (alta frequenza, continuità, invadenza) ma anche dall’atteggiamento che assumiamo nei suoi confronti. Per mia figlia, 19 anni, la musica metal ascoltata a tutto volume è gioia di vivere, per me è tragedia proposta all’ennesima potenza! Per contro, per me  il rombo di una Ducati desmo 4 da Gran Premio è musica divina che invade tutte le mie membra, per mia figlia è solo assordante, inutile e incomprensibile frastuono. Eppure sono gli stessi suoni (o rumori) solamente percepiti con diversa predisposizione mentale. Ma non è necessario che un suono sia forte per disturbare, un rubinetto che goccia nella notte è indesiderato quasi al pari di un terremoto.

RUMORE E SALUTE
Purtroppo oggi il rumore contraddistingue in modo negativo tutte le attività umane e ne è spesso la causa di gravi danni. Superata la soglia dei 120/130 decibel (db) l’orecchio umano accusa un fastidio tanto forte che il cervello lo trasforma precauzionalmente in dolore. Se l’esposizione ad un elevato numero di decibel fosse prolungata, si può produrre un danno (temporaneo o permanente) all’apparato uditivo.
Contrariamente a quanto si può pensare, la perdita di udito non è quasi mai dovuta a perforazione del timpano che può avvenire, ad esempio, per effetto di una forte esplosione (pressione) la cui intensità di picco fosse superiore a 160 dB, ma a costante e prolungata esposizione a livelli di rumore di 80 dB o superiori.
Lo sconcerto è quando scopriamo che questi livelli non sono propri solo degli ambienti di lavoro ma, in taluni casi, sono riscontrabili in ordinarie situazioni di traffico nelle grandi città e, spessissimo, abbondantemente superati nelle discoteche. Mentre però nei luoghi di lavoro si possono utilizzare cuffie protettive per ridurre la percezione, in mezzo al traffico o nei locali da ballo si mette seriamente a rischio il proprio udito.
Ma il rumore non provoca danni solo all’udito. La tachicardia, le aritmie, talvolta l’aumento della pressione arteriosa o l’aumento della frequenza respiratoria, possono essere conseguenze dirette ad esposizioni prolungate di rumore. Ed anche problemi all’apparato gastroenterico, affaticamento mentale, irritabilità e difficoltà di concentrazione, possono essere riconducibili alla stessa causa.
Vi è da dire però, che quasi sempre con l’eliminazione della causa (rumore), spariscono i sintomi dei disturbi.
Infine vi è da sottolineare che l’ipoacusia da rumore, è una malattia riconosciuta come professionale.

LA FISICA
In generale il suono si produce per vibrazione di una superficie più o meno rigida. Le particelle di aria a contatto con la superficie vibrante entrano a loro volta in vibrazione trasportandolo lontano dal luogo di origine alla velocità si 1238 km/h, fino a colpire il nostro apparato uditivo. In quel momento percepiamo la vibrazione emessa e quindi il suono, il rumore. Ne consegue che se l’aria non esistesse, la vibrazione non si propagherebbe e il suono non potrebbe essere percepito.
Un buon orecchio può percepire suoni con frequenza molto diversa, da un minimo di 20 hertz (Hz) a un massimo di 20.000.

LA MISURA DEL RUMORE
Fonometro è il nome dell’apparecchio con il quale si può misurare il livello delle pressioni sonore. Ve ne sono di semplici o molto sofisticati, ma tutti, in linea di massima, sono composti da un microfono ricevente, da un sistema computerizzato di conversione del suono in curve di frequenza e da una unità di lettura su scala dB.
Il rumore rilevato, in genere, può essere di due tipi: continuo o impulsivo. E spesso la difficoltà che incontra il tecnico nell’effettuare le rilevazioni è proprio in queste tipologie, poiché ovunque si vuole effettuare rilevazioni di rumori determinati e definiti, si ha anche una base di altri rumori che sono identificabili come “rumori di fondo”. Ecco perché spesso, si tende ad effettuare le rilevazioni durante le ore notturne, poiché allora i rumori di fondo sono notevolmente attenuati ed è più facile in seguito isolarli con opportuni procedimenti, al fine di poter meglio valutare quelli presi in esame.
Comunque la legge prevede soglie e valori limite da non superare che sono: 90dB per l’esposizione quotidiana, 140dB per l’esposizione istantanea non prevedibile. Si tenga inoltre presente che con il D.C.P.M. 5/12/97, sono stati fissati i limiti di rumorosità prodotti dagli impianti tecnologici negli edifici (ascensori, scarichi idraulici, riscaldamenti, condizionamenti, ecc.).

I SISTEMI DI PROTEZIONE INDIVIDUALE
Conosciamo tutti i tappi per le orecchie o le cuffie. Forse però non sappiamo che i tappi possono essere anche su misura, per meglio adattarsi al canale uditivo, mentre di cuffie ne esistono anche di tipo elettronico, che oltre a ridurre la percezione dei rumori di fondo, permettono per mezzo di un sistema amplificato, di ascoltare normalmente la voce del proprio interlocutore.
Tra i sistemi di protezione passiva, possiamo anche annoverare il controllo sanitario che, se pure indirettamente, permette la corretta prevenzione degli eventuali disturbi.

GLI ISOLAMENTI ACUSTICI
Deviare il rumore è un serio problema tecnico. Esempi di sistemi di deviazione sono le pareti prefabbricate poste sui cigli di strade a scorrimento veloce che, per la loro forma, deviano verso l’alto le onde sonore emesse dalle vetture di passaggio, evitando che investano le abitazioni circostanti.
Diverso è assorbire o eliminare il rumore. Oggi esiste una ampia gamma di materiali fonoassorbenti, anche se il materiale principe resta il piombo. Questo, per effetto del suo alto peso specifico difficilmente entra in vibrazione, evitando così alle onde sonore di propagarsi negli ambienti adiacenti. Ma per evitare che le onde rimbalzino è opportuno utilizzare anche materiali “morbidi” come le schiume (poliuretani, gomma piuma, fibra di vetro o compositi di altro genere ecc.) i quali assorbono in parte o rompono le onde sonore.
Se si vuole quindi isolare una stanza dove, per necessità di piacere o lavoro si deve fare rumore, non è poi così difficile. In negozi specializzati o nei magazzini di materiali edili, possiamo acquistare pannelli prefabbricati di vari materiali e misure, a costi accessibili, già pronti per la messa in opera, che possono aiutare a risolvere il problema nostro e dei nostri vicini.

IL DIRITTO DI NON SUBIRE RUMORI
Se è vero che siamo circondati e pervasi da rumori di ogni genere, è pur vero che ogni cittadino ha diritto di non subirne oltre la normale tollerabilità. Quindi, se il cane del vicino abbaia troppo o se i gruppi frigoriferi del negozio sotto casa ci disturbano la quiete notturna, sarà bene comunicarlo con lettera raccomandata all’Amministratore del condominio, invitandolo ad intervenire per far cessare i disturbi. Se, nonostante ciò i rumori persistono, porteremo il fatto in assemblea, chiedendo una precisa delibera condominiale. Ma se anche questa strada risultasse vana, non ci resta che rivolgerci ad un Avvocato per far intervenire l’Autorità giudiziaria. In questo caso, dovendo “dimostrare” il disturbo, sarà opportuno far effettuare una perizia fonometrica preventiva, da un tecnico privato o dai Vigili Urbani, che hanno un apposito nucleo, al fine di avere la prova che il danno subito eccede la normale tollerabilità.

Categorie
Edilizia

Restaurare il balcone

ANALIZZIAMO I MOTIVI DI DEGRADO ED I RIMEDI DELL’OPERA PIÙ FREQUENTE CHE VIENE SVOLTA SUI PROSPETTI DEGLI STABILI

Mediamente ogni venti anni i fabbricati hanno bisogno di interventi di manutenzione per ripristinare i prospetti che il tempo degrada. La tinteggiatura ha perso il suo tono o peggio, si è disgregata; gli intonaci sfarinano; ma di regola ciò che è più malconcio sono i balconi ed i cornicioni. Su queste parti aggettanti dei fabbricati si concentrano i problemi tecnici e si accaniscono gli agenti atmosferici, fino a renderli fatiscenti e in taluni casi, pericolosi.

LA STRUTTURA DELL’AGGETTO
Il balcone, il cornicione, la pensilina, sono tecnicamente una mensola aggettante dal piano verticale del prospetto. Sia che sono costituiti da putrelle in ferro e laterizio (di regola tavelloni o voltine di mattoni) per i fabbricati a muratura portante, sia che si tratti di soletta in cemento armato (per gli stabili con struttura reticolare in c.a.), il problema del degrado non cambia, poiché le cause e gli effetti producono gli stessi problemi, ovvero, ossidazione delle parti in acciaio contenute nella mensola; aumento del proprio volume per effetto della ruggine; pressione interna sul calcestruzzo e sulle malte di rivestimento con conseguente distacco di queste.

Schematizzando si può dire che l’aggetto è costituito da una serie di strati che, dall’alto verso il basso sono:
– pavimentazione (cm 1/3),
– massetto di allettamento  della pavimentazione (cm. 3/5)
– impermeabilizzazione (cm. 0,3/2),
– camicia di calce (cm. 1/2),
– struttura portante ( cm. 12/20 circa),
– intonaco all’intradosso (cm. 1,5/3),
– tinteggiatura.

LE CAUSE DEL DEGRADO
Di regola la causa che provoca il degrado di un balcone o di un cornicione, è sempre la stessa: l’acqua. Che poi sia piovana o da annaffiamento, poco importa dal punto di vista tecnico poiché l’effetto non cambia.
I punti critici di infiltrazione sono:
–     l’angolo di attaccatura tra pavimento e parete dello stabile;
–     la linea di giunzione tra pavimento e stangone di bordo;
–     più raramente, il pavimento stesso.

Il processo ben conosciuto è semplicisticamente quello già descritto che però comporta, a seconda di dove avviene, problemi molto diversi. Se infatti l’infiltrazione è in zona pressoché centrale o a ridosso del muro verticale dello stabile, i danni di norma si limitano a una macchia della tinteggiatura e, solo qualora l’infiltrazione perduri per molto tempo, a disfacimento o distacco dell’intonaco dall’intradosso. Se invece l’acqua penetra in prossimità  del perimetro esterno, (tra pavimento e stangoni, oppure, in corrispondenza dei montanti in ferro della ringhiera infissi nel pavimento o negli stangoni), in fase avanzata si può arrivare al distacco di intere parti di frontalino con ovvie pericolose conseguenze, considerato che la stragrande maggioranza dei balconi aggetta su pubbliche vie.

I RIMEDI
Neanche a dirlo, la cosa migliore è la manutenzione preventiva ma, visto che tutti sembrano poco propensi a prevenire, la cura risulta sempre radicale e costosa.
spesso, intervento di urgenza con piattaforme aeree per la rimozione del pericolo con asportazione dei tratti fatiscenti di intonaco;
ripristino, immediato o postumo, delle parti deteriorate con procedimenti oggi abbastanza standardizzati che prevedono la pulizia (per quanto possibile) del ferro arrugginito e la stesa su di esso di un anti-ossidante.
Rinzaffo con  intonaci premiscelati tixsotropici e fibro-armati.
Finitura con rasante premiscelato.
Tinteggiatura.
Va da sé che qualora all’intervento di ripristino delle parti ammalorate  non fa seguito anche l’eliminazione della causa, magari con la sostituzione di tutti gli stangoni di bordo, il rifacimento della impermeabilizzazione e conseguente nuova pavimentazione, abbiamo solo gettato via denaro!

IL CONSIGLIO DEL TECNICO
Qualunque tecnico esperto ed avveduto non può che consigliare la manutenzione programmata che in sostanza consiste nel monitorare annualmente il fabbricato (cosa semplice e veloce) per individuare i punti critici e definire  gli interventi di cui ha bisogno. In questo modo si potrebbero prevenire i danni, evitare le opere radicali, si diluirebbe negli anni la spesa della manutenzione e si manterrebbe il proprio stabile in perfetta efficienza.

Categorie
Edilizia

Prevenzione dei furti dai ponteggi

Una sentenza del tribunale di Milano ci fornisce lo spunto per effettuare una serie di considerazioni tecniche sulla sicurezza nelle nostre case.
Consideriamo la casa un luogo sacro, per questo chi ha avuto la sfortuna di trovarla svaligiata dai ladri sa, al di là dell’entità del danno ricevuto, quanto ciò colpisca nell’intimo. Il fastidio e la rabbia per la sola violazione della nostra proprietà, del nostro privato, è spesso superiore al valore del danno ricevuto, ed è per questo che, a volte, la reazione può essere smisurata in rapporto all’azione. Lungi da me il voler giustificare atti inconsulti a danno di chi ha violato la legge e la sfera del privato, ma condivido la recente sentenza di cassazione che ha assolto un cittadino per aver ferito un ladro durante la fuga con il bottino, dopo averlo colto in flagrante, difendere le proprie cose è giusto, hanno sancito i Giudici della massima Corte. E difendere è soprattutto prevenire, attuando tutte quelle cautele e tecniche atte a porre ostacoli a chiunque voglia violare la legge a nostro danno.
Di tecniche, metodi o stratagemmi per creare ostacoli ad un topo di appartamenti ce ne sono tanti, ma va ricordato che esistono due tipi di ladri: i professionisti e gli improvvisatori. Contro i primi, quelli che aprono porte blindate, cassaforti e magari cavou di banche, ovviamente, vi è poco da fare, ma questi difficilmente verranno a casa nostra a rubare, a meno che non possediamo collezioni di Van Gogh o vasi cinesi del periodo Ming. Degli altri invece ci dobbiamo preoccupare, di quelli che sbarcano il lunario, di quelli che hanno bisogno della “dose” quotidiana; questi sono coloro che sfondano la porta di casa nostra per pochi spiccioli, che arraffano ciò che trovano, magari facendo più danni di quello che rubano.
Ma contro questi delinquenti possiamo attuare difese anche molto efficaci.

I METODI DI PREVENZIONE

E’ indubbio che i ponteggi montati davanti ad uno stabile, costituiscono una particolare situazione di vulnerabilità.
Almeno sei sono gli accorgimenti possibili per cercare di evitare brutte sorprese:

1. Le ore preferite dai ladri per compiere i furti passando dai ponteggi, sono quelle del tardo pomeriggio, evitare quindi, se possibile, di lasciare solo l’appartamento dopo le ore lavorative, ovvero dalle 17.00 alla successiva mattina alle 8.00, perché è raro che un ladro si arrampichi sul ponte mentre su questo ci sono gli operai a lavorare. Se si deve uscire, quindi, è meglio farlo durante il turno di lavoro, dalle 8.00 alle 16.30.
2. Far montare (se possibile), oltre ad una buona illuminazione, un impianto di allarme sui ponteggi, che invero agisce più da deterrente psicologico che altro, ma contribuisce a dimostrare, da parte del condomino, di aver attuato tutto quanto è possibile per la difesa della proprietà privata.
3. Montare all’interno del proprio appartamento un impianto d’allarme, ad esempio del tipo con rilevatori d’ambiente a microonde. Oggi costano relativamente poco e ce ne sono anche senza fili, quindi non comportano lavori murari per la loro istallazione.
4. Portare via da casa ogni oggetto di valore come pellicce o quadri e in cassaforte, qualora se ne possegga una, riporre argenti, oro, ecc. E’ consigliabile inoltre tenere poco denaro in contante.
5. Ricordarsi di tenere le finestre ben chiuse soprattutto dopo l’orario di lavoro (dalle 17.00 alle 8.00) al fine di evitare la brutta sorpresa di ritrovarsi qualcuno in casa senza che ce ne siamo neanche accorti.
6. Obbligare la Ditta applicatrice a montare una idonea illuminazione notturna sul ponteggio e a chiudere le botole delle scale a servizio degli operai, magari con un lucchetto, alla fine dell’orario di lavoro. Anche questi sono solo deterrenti, ma contribuiscono a complicare la vita ai ladri, soprattutto in fase di fuga.

Naturalmente molti altri possono essere i metodi passivi che spesso sono già montati a protezione delle nostre case come: porte blindate, inferriate alle finestre o in alternativa, tapparelle in acciaio, infissi metallici con vetri anti-scasso ecc. tutti deterrenti che possono indurre il ladro a scegliere un altro appartamento per le proprie malefatte.

LE ASSICURAZIONI

E’ un sollievo, anche se relativo, sapere che le Imprese che effettuano i lavori sui prospetti degli stabili e che montano i ponteggi, sono corresponsabili in caso di furti negli appartamenti, ma solo qualora i ladri abbiano usato le impalcature per produrre il furto. Invece non ne rispondono, se il ladro ha utilizzato i ponteggi solo per scappare, entrando ad esempio dalla porta di ingresso. Per questo oggi tutte le Imprese sono opportunamente coperte da polizza assicurativa, che si può attivare a seguito di denuncia fatta all’autorità giudiziaria da chi ha subito il furto.

A questo proposito sarà bene tenere presente alcune nozioni fondamentali:

– Il furto deve essere provato e non solo denunciato;
– Non eliminare da casa gli oggetti di valore, perché “tanto se mi rubano l’Impresa mi ripaga”, potrebbe equivalere ad incauta custodia e quindi, l’assicurazione potrebbe rifiutarsi di risarcire il danno subito;

– particolare attenzione poi, deve essere attuata da chi abita al primo o all’ultimo piano, poiché per questi comunque vige la presunzione della facilità di accesso (da terra o dal terrazzo condominale).

Quindi le assicurazioni saranno più severe nel giudizio di valutazione delle modalità di intrusione e più  restie a liquidare i danni.
Se poi per motivi tecnici, fosse impossibile asportare oggetti di particolare valore, è bene provvedere autonomamente ad accendere una assicurazione personale contro il furto, magari solo per il periodo della esecuzione delle opere, onde garantirsi la certezza dell’eventuale totale risarcimento, poiché le polizze di copertura a terzi per furti che le imprese stipulano, non danno coperture di grande entità e comunque in genere hanno massimali variabili intorno ai 50.000 Euro.

Categorie
Edilizia

Cenni di architettura bioecologica

Il significato del termine

Il termine Architettura Bioecologica deriva dal tedesco baubiologie, dove: bau vuol dire edilizia, costruzione, casa; dal greco bios (bio-eco), vuol dire vita e logos, logica, parola, creazione.
Poiché la Biologia è la scienza che studia la “vita” nella sua globalità e l’Ecologia è la scienza che si interessa delle relazioni tra esseri viventi, l’Architettura BIOECOLOGICA si può definire come la dottrina dei rapporti globali tra l’uomo e l’ambiente abitativo.

La cultura del costruire e l’Architettura Bioecologica

La costruzione “sana” è un’intuizione creativa e l’Architetto, quale suo artefice, dovrebbe essere, al contempo, biologo, medico, psicologo, sociologo, artista e tecnico.
La cultura edilizia che deve informare l’operato del Bioarchitetto si può forse riassumere al meglio e con la forza dell’immediatezza, col seguente gioco di parole del filosofo indiano Vivekananda, con i tre termini buono – vero – bello:

“Ciò che è buono è anche vero e bello,
ciò che è vero è anche buono e bello,
ciò che è bello è anche buono e vero”

Tutto ciò contrasta, invece, con quanto si può riscontrare facilmente dalla semplice osservazione delle nostre città, laddove sono pressoché ignorati aspetti importanti quali il costruire in modo sano, l’impostazione ecologica delle abitazioni con la conseguente riduzione dei costi energetici, la considerazione delle problematiche inerenti la terza età ed i portatori di handicap, l’autosufficienza locale nell’approvvigionamento dei materiali da costruzione, lo smaltimento differenziato dei rifiuti.

Anche senza conoscere a fondo gli effetti che l’edificato può determinare sulla salute degli occupanti, è impossibile disconoscere che esistano influssi in tal senso. Le scienze naturali (ed in particolare la biologia e la ricerca sul comportamento) hanno riconosciuto che ogni essere vivente è il prodotto del suo ambiente più vicino (casa, paesaggio) e di altri collaterali (clima, atmosfera, cosmo).

Quest’influsso è facilmente dimostrabile anche solo considerando gli effetti che una semplice variazione del tempo atmosferico produce sugli esseri umani, sugli animali e sulle piante. Trascorrendo il 90% del nostro tempo nell’ambiente (artificiale) cittadino della nostra casa e del posto di lavoro, possiamo e dobbiamo comprendere in quale modo tale ambiente sia stato costruito e quali materiali siano stati impiegati.

Secondo l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità), oltre il 90% della popolazione dei paesi ad alto sviluppo è malata nel fisico, nella psiche e nello spirito. Non è, perciò, avventato presumere che esistano rapporti tra il costruito e gli esseri viventi, a maggior ragione considerando che l’incremento delle malattie mentali coincide con le modifiche avvenute nei sistemi di costruzione e con il conseguente sviluppo edilizio delle città, che ha portato alla spersonalizzazione della vita di relazione interpersonale.

La prevenzione sanitaria: il modo di abitare

La prevenzione sanitaria, termine di cui spesso oggi si parla, ma senza cognizione di causa, dovrebbe considerare obbligatoriamente tre fattori fondamentali: il modo di alimentarsi, il modo di respirare e il modo di abitare, essendo ormai accertata l’esistenza di patologie tipicamente legate all’edificato.
In generale, anche la scienza cosiddetta ufficiale ha già riconosciuto i seguenti fatti:
Disturbi di diverso genere (perturbazioni geobiologiche e edili) possono essere causa di malattia, sterilità, inefficienza, irritazione, premortalità. In particolari zone circoscritte, più che altrove, si ammalano uomini, animali e piante (in base a migliaia d’esperimenti e prove effettuati da diversi ricercatori).

II fabbisogno di aria fresca per l’uomo è pari a 30-60 mc/h (metri cubi all’ora). Nelle attuali costruzioni questo fabbisogno è assicurato solo parzialmente a causa della non permeabilità delle pareti (doppia muratura con barriera al vapore, intonaci e pitture sinto-plastiche, carte da parati viniliche, o comunque pesanti, ecc.), nonché dalla messa in opera di infissi (finestre soprattutto) con guarnizioni sigillanti.
Le conseguenze possono essere: affanno, stanchezza, calo del rendimento fisico e psichico, cagionevolezza, intossicazioni, insonnia, irritabilità, turbe sessuali, ecc.

Il grado ottimale d’umidità dell’aria-ambiente all’interno di costruzioni sane (uno dei tre fattori del cosiddetto microclima; gli altri due sono la temperatura dell’aria e la ventilazione) varia dal 40 al 70% Nelle costruzioni attuali l’umidità dell’aria è estremamente bassa: 25-30%. L’aria secca infiamma le mucose del naso e provoca malattie da raffreddamento, asma, emicranie, malessere. Perdurando il basso grado di umidità, deperimenti e affaticamenti dell’organismo possono anche degenerare in forme acute e croniche.
Molti materiali edili, colle e prodotti di finitura, contengono sostanze chimiche pericolose che si diffondono nell’ambiente e nuocciono alla salute.
Diversi materiali da costruzione sono radioattivi oltre la cosiddetta soglia di tolleranza, soglia, però, che nei fatti non è ancora stata ufficialmente definita e, soprattutto, accertata, tant’è vero che si tende ornai a ritenere che non esista una soglia minima.

Nella maggior parte delle abitazioni, scuole e luoghi di lavoro, esiste un “clima elettrico” intollerabile, dovuto all’impiego di materie plastiche ed all’assenza di schermatura degli impianti elettrici. Cariche elettrostatiche, inversione polare, ionizzazione unipolare, campi magnetici alternati, ecc., determinano situazioni di continuo stress per l’organismo, dando origine ad affaticamento e disturbi cardiaci e nervosi.

Molto importante per la salute è la presenza di luce UV (ultravioletta) ma il vetro comune delle nostre finestre riflette i raggi UV quasi totalmente.
Nelle attuali costruzioni risulta fortemente alterato lo scambio delle cariche (elettriche) tra cellule ed organi del corpo con l’atmosfera (ioni dell’aria, campo elettrico naturale dell’aria, microonde provenienti dallo spazio e dalla terra). Ne possono conseguire disturbi di vario genere quali stanchezza, insonnia, nevrosi, affaticamento, malattie cardiache e del ricambio, disturbi cardiocircolatori, depressioni, scontentezza e perdita della gioia di vivere. Tutto questo, di solito genera un abbassamento delle difese immunitarie che può contribuire a predisporre l’organismo degli uomini ed animali allo sviluppo delle cosiddette malattie. Se poi questa situazione si associa ad un’alimentazione innaturale, è molto probabile che, nel breve-medio termine, l’organismo risulti fortemente intossicato e le difese immunitarie si abbassino a tal punto da portare il soggetto a situazioni cronicizzate.

In base a studi di psicologia del comportamento, è stato accertato che esistono precise correlazioni tra le frequenti nevrosi in aumento (indifferenza verso il prossimo, scortesia, crudeltà, aggressività, noia ed intolleranza) e la permanenza stanziale (per abitare e per svolgere attività produttive) negli agglomerati urbani di massa.

II numero delle “malattie” aumenta con la densità della popolazione (in proporzione gli ammalati nelle metropoli sono il 50% in più rispetto a centri con meno di 2000 abitanti).
II sistema costruttivo e il numero dei piani degli edifici possono anch’essi avere influenza sulla formazione di malattie. Per ogni tre ammalati nelle case a torre esiste un solo ammalato nelle case unifamiliari. Logica imporrebbe di tenere in considerazione questi dati, adottando i necessari accorgimenti…ma tutto questo deve fare i conti con l’assioma secondo cui il cosiddetto progresso è inarrestabile.

La strada da percorrere

Dobbiamo compiere ancora molta strada per arrivare ad un’applicazione generale della prevenzione della salute e di terapie in chiave bioedile. È sicuramente necessaria una maggiore e molto più diffusa informazione, offerta a tutti sin dalle scuole elementari ed in generale una maggiore sensibilizzazione dell’opinione pubblica.
I disagi psico-fisici sopra menzionati (elenco invero incompleto) compaiono, sempre più spesso, sia singolarmente, che contemporaneamente. Essi determinano il cosiddetto stress da abitazione, che indebolisce la capacità di resistenza e la vitalità dell’organismo.
Nel caso in cui questi disagi fisici e psichici siano ricorrenti nel corso di anni, e siano accompagnati all’accumulo di sostanze tossiche nel tessuto corporeo, sia ingerite tramite un’alimentazione errata per l’essere umano, sia respirate, in questo caso, allora, come già detto, possono insorgere malattie croniche.

I consueti metodi “scientifici” d’analisi, quasi mai sono in grado di individuare con sufficiente attendibilità (quand’anche prendano tale ipotesi in considerazione), i rapporti causali tra malattie e ambiente abitativo, tanto più che moltissimi fattori hanno un effetto interattivo e di lunga durata. Il motivo principale per cui i pericoli non sono ufficialmente riconosciuti e, di conseguenza, non sono adottate sufficienti misure cautelative atte a prevenirli, risiede, sovente, nel fatto che tali misure cautelative, se adottate, andrebbero a ledere potenti e consolidati interessi economici.

Questa preoccupante situazione potrebbe essere modificata solo se affrontata attraverso una visione biologica e globale (coscienza ecologica), supportata da idonei interventi di previdenza sanitaria da parte delle Pubbliche Istituzioni, secondo quei principi che, ricordiamolo, sono già presenti nella Costituzione. Le esperienze della Medicina Naturale ne sono riprova: come per i danni dovuti ad un’alimentazione innaturale, che tendono a regredire fino a scomparire nel caso in cui il soggetto “ammalato” sia preso in tempo e torni ad un’alimentazione naturale, così avviene anche per quanto riguarda i danni dovuti all’abitazione: eliminando lo stress abitativo, e grazie all’effetto rivitalizzante di abitazioni ecologiche, inquilini ammalati possono recuperare la salute.

In queste case bioecologiche (poche in Italia in verità, ma molte di più in altri paesi “guida” come la Germania ad esempio), succede sempre più spesso che i proprietari di casa riferiscano di provare un senso di benessere, di vitalità e di gioia di vivere, prima a loro sconosciuti abitando nelle case cosiddette normali.

Quindi, vale senz’altro la pena di percorrere questa strada, certamente in modo ragionevole e responsabile ma estremamente deciso. Ognuno dovrebbe assumersi le proprie responsabilità non rimanendo in attesa di disposizioni prese da altri o da parte delle Autorità, ma traendo le indispensabili conclusioni ad iniziare dal proprio ambito decisionale. In definitiva, si può asserire che è assolutamente urgente ed improrogabile costruire case ed insediamenti che possono anche servire com’esempio e che siano d’incitamento all’imitazione.

Categorie
Edilizia

Progettare una bifamiliare

LE REGOLE FONDAMENTALI PER LA PROGETTAZIONE DI DUE UNITÀ IMMOBILIARI DA RICAVARE ALL’INTENO DI UNA VILLETTA UNIFAMILIARE

Questo tipo di intervento viene richiesto frequentemente da persone appartenenti allo stesso nucleo familiare. Ciò porta ad ignorare lo studio di confini netti e precisi e quindi ci si ritrova spesso con giardini, sale hobby e quant’altro in comune. Pur non rigettando a priori tale possibilità si ritiene fondamentale preoccuparsi di predisporre l’eventuale realizzazione di divisioni nette, onde permettere ai proprietari di ripristinare in ogni tempo (per esempio per la vendita o l’affitto della villetta), con un piccolissimo intervento, la suddivisione totale.
Un intervento di questo tipo comporta non poche difficoltà generate, in primo luogo, dalla necessità di rispettare l’estetica esistente e di non snaturarla ed in secondo luogo la necessità di contenere i costi di realizzazione conformandoli alle potenzialità economiche dei committenti. Non ci si deve far spaventare da interventi massicci, purché portino ad una risoluzione definitiva del problema. Mai perseguire soluzioni di ripiego che nella quasi totalità dei casi o generano una fitta rete di problematiche a cascata o comportano risoluzioni ancor più onerose.

IL PIANO SEMINTERRATO
È stato effettuato uno sbancamento laterale per portare fuori terra questo livello dove si otterrà la zona giorno per l’unità abitativa B costituita da un soggiorno, da una sala da pranzo, da un bagno e da una cucina abitabile. Nella zona attualmente occupata dal vespaio si è inserita la scala per il collegamento verticale dell’unità abitativa B. Il garage è mantenuto tale ed il collegamento verticale interno con  unità A è consentito chiudendo la scala posteriore esistente.

IL PIANO TERRA
È in questo livello che è stata prevista la suddivisione delle due unità abitative. Il piano terra diviene la zona giorno per l’unità abitativa A e la zona notte per la B. Nella zona notte dell’unità abitativa B, sono ricavate tre camere da letto e una grande toilette. Per l’unità abitativa A, abbiamo previsto una zona living adiacente all’ingresso, nel quale sbarca la scala di collegamento con il garage, una sala da pranzo adiacente ad una cucina ora esclusivamente tecnica ed un bagno dotato di antibagno. La scala già esistente consente l’accesso al primo piano che accoglie la zona notte rimasta invariata.

GLI ACCESSI ESTERNI E I GIARDINI
L’unità abitativa A conserva l’accesso carrabile preesistente, mentre, quello pedonale è reso possibile da un viale che salendo dal livello strada e sfociando in un gradevole ponticello conduce all’ingresso principale. La fruibilità del giardino di questa unità abitativa avviene sia dalla cucina che dal soggiorno.
L’unità abitativa B vede coincidere l’accesso pedonale e carrabile. Il giardino si sviluppa su due livelli: il primo a livello stradale ed il secondo alla quota del piano notte, accessibile mediante una scala esterna di nuova realizzazione.