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Come mettere in posa un parquet laminato

Il pavimento laminato è una soluzione economica e veloce per allestire un pavimento in un appartamento o anche in un locale commerciale.

Utilizzando la tecnica ‘flottante‘ e adagiando i listelli di laminato sopra la vecchia pavimentazione sarà possibile sostituire i vecchi pavimenti nel giro di pochi giorni, con costi bassi e con risultati decisamente dignitosi sul piano della resa tecnica del materiale.

Molti ricorrono alla manodopera di qualcuno già esperto nell’allestimento e nella messa in posa del laminato.

Moltissimi invece scelgono il fai-da-te per cimentarsi in prima persona in quello che per altri versi non è altro che un ‘gioco’ di assemblaggio intuitivo e non troppo faticoso, in definitiva.

Nei paragrafi che seguono voglio pertanto dare alcune indicazioni a coloro che sceglieranno la strada dell’assemblaggio per proprio conto.

 

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Si tratta di miei punti di vista personali derivati dall’esperienza diretta vissuta cinque anni fa circa, in occasione della messa in posa del parquet laminato in quasi tutti gli ambienti (tranne bagno e cucina) di un appartamento di 75 metri quadri, casa mia.

Il laminato

Esistono centinaia di tipi di parquet laminato diversi. E decine di motivi per scegliere un materiale piuttosto che un altro. Ma non ho nulla da suggerirvi in materia: evidentemente, come nel mio caso, sarà vostra moglie a scegliere il tipo di pavimento per la casa. Se avete modo di aver ragione sulla vostra partner in tema di arredamento non avete bisogno di alcuna guida o consiglio, credetemi.

L’unico vero consiglio riguarda la quantità di materiale da acquistare: non siate tirchi, conteggiate una scorta del 15-20 per cento di listelli in più rispetto alla vostra metratura totale.

Tra tagli, rifiniture e scorta per il futuro avrete bisogno di un buon numero di metri quadri di materiale in più, fidatevi.

La sega

Nelle videoguide che si trovano online noto che molti utilizzano delle semplici seghe elettriche semi-portatili. Economiche, relativamente leggere.

Scegliete la sega con molta cura. E’ fondamentale perché dovrete senz’altro fare moltissimi tagli sul laminato, e con una certa precisione.

Nel mio caso fui fornito da mio suocero di una enorme sega circolare da tavolo.
Nuova e potentissima, forse anche troppo per il semplice laminato.

A ripensarci oggi quella era la tipica sega con cui puoi tagliarti via la mano in pochi secondi.

Sicuramente segava rapidamente: ma forse era necessario molto, troppo ‘sangue freddo’ per utilizzarla.

In quel momento avevamo quella, ma oggi probabilmente ripiegherei su una sega forse meno professionale ma anche più ‘sicura’ per un principiante. Quindi probabilmente NON una sega circolare.

In ogni caso, scegliete una sega potente e maneggevole, non affidatevi a seghetti di bassa categoria.

 

Il tappetino isolante

Il tappetino isolante è più importante di quanto potrebbe sembrare a prima vista. A mia volta avevo sottovalutato questo elemento.

Invece è bene sapere due cose:

– il tappetino isolante è relativamente costoso e ne esistono diverse varianti e tipologie, con diversi materiali;
– il suo ruolo sotto il pavimento è tutt’altro che secondario.

Scegliete il tappetino e pagatelo il giusto, ma applicatelo con cura in ogni ambiente in cui metterete in posa il vostro pavimento in parquet laminato.

 

Le distanze dai muri

Siate precisi il più possibile. Lasciate un centimetro tra ogni muro e l’inizio del vostro parquet laminato. Non due centimetri, non un centimetro e mezzo.

Un centimetro di distanza da QUALSIASI muro è sufficiente per fornire lo spazio necessario al materiale per espandersi nel corso delle stagioni, o in caso di umidità.

Più di un centimetro invece è assolutamente inutile, fidatevi.

 

I profili

Esistono diversi  tipi di ‘profili’, quelli ‘di raccordo’, quelli per i gradini. I ‘coprisoglia’.

La funzione dei profili è quella di garantire un ulteriore spazio ‘di sicurezza’ per la dilatazione del materiale che state mettendo in posa.

Secondo la ‘teoria’ della messa in posa del laminato dovreste interrompere la vostra ‘lastra’ flottante non oltre gli otto metri lineari. Qui dovreste introdurre appunto un profilo di divaricazione, o ‘di raccordo’, per poi riprendere la posa con un nuovo intreccio di listelli di laminato.

Sempre secondo la teoria ciascun ambiente dovrebbe essere dotato di un coprisoglia di raccordo, dal momento che le guide generalmente consigliano di interrompere l’intreccio dei listelli sulla soglia della porta della stanza.

Perché sto usando il condizionale?

Perché in definitiva queste istruzioni andrebbero ben comprese e quindi applicate caso per caso.

Indubbiamente se stiamo parlando di ambienti molto larghi, stanze vaste come potrebbero essere quelle di un esercizio commerciale, allora l’idea di utilizzare dei profili di divaricazione ogni ‘tot’ metri è senz’altro da prendere in considerazione.

Ma se stiamo parlando di un normale appartamento privato dobbiamo probabilmente confrontarci con dimensioni molto più contenute. E con geometrie spesso tutt’altro che lineari.

Avrete comunque bisogno dei coprisoglia: ma non è affatto vero che non sia possibile far proseguire il nostro laminato oltre la porta di una stanza, senza soluzione di continuità e senza fastidiose interruzioni nel vostro ‘pavimento in legno’.

Non dovrei dirlo, ma se siete precisi nel segare e nel montare, se padroneggerete la ‘tecnica flottante’, potrete anche montare il vostro pavimento dall’inizio alla fine, senza stare a montare ‘tutti’ quei profili e quei divaricatori che vengono suggeriti dalle guide.

Dipende molto anche dai vostri ambienti, dalla loro conformazione e dal tasso di umidità che ritenete coinvolga i vostri pavimenti nel corso dell’anno.

Insomma, tenete certamente in conto degli spazi necessari per la dilatazione del materiale: ma fatelo cum grano salis, tenendo in conto che il centimetro di sicurezza che state tenendo dalle pareti è GIA’ sufficiente per ‘gestire’ la maggior parte dei movimenti dei laminati migliori, che sono relativamente rigidi e relativamente impermeabili.

La sigillatura

Alcuni sigillano i listelli tra loro, dopo la posa. Dipende molto anche dal laminato che avete scelto.

Ma se lo avete montato alla perfezione NON avrete bisogno e non potrete materialmente passare alcun isolante tra i vostri listelli.

A casa mia tra un listello e l’altro non si riconosce la fuga tra i due pezzi nemmeno al tatto, materialmente né l’acqua né l’isolante commerciale potrebbe adattarsi tra le fughe.

Quindi se avete comprato un ottimo parquet laminato, di buon materiale e di buon taglio, e soprattutto se lo avete montato alla perfezione, NON avrete affatto bisogno dell’isolante finale.

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Quando ristrutturare costa poco

A volte ci si lascia scoraggiare dall’aspettativa, rinunciando ai nostri desideri solo perchè si ha paura di imbarcarsi in imprese che pensiamo più difficili di quello che sono in effetti.
In realtà basta informarsi un minimo per scoprire che molto spesso possiamo realizzare i nostri progetti senza spendere dei capitali di cui non disponiamo.

E’ il caso della ristrutturazione di una stanza del nostro appartamento, per esempio. A partire dall’acquisto dei materiali, si tratta di un’operazione molto meno onerosa di quello che potremmo pensare.

Il costo di malte e intonaci è irrisorio e direttamente proporzionale alla grandezza dell’ambiente che intendiamo abbellire.

malta

Un sacco di malta per intonaci da 25 kilogrammi costa tra i 4 e i 7 euro, in un qualsiasi smorzo.
Con dieci-quindici sacchi potreste cavarvela, se l’ambiente non è proprio enorme.
A questi potete aggiungere un bidoncino di vernice semilavabile bianca da 15 litri (25 se si tratta di pareti di medio-grande dimensione). Per il momento non prenderemo in considerazione tinteggiature particolari (spugnature, tinte colorate e simili). Naturalmente dovete mettere in conto di spendere un po’ per questo genere di personalizzazioni, anche se non moltissimo.

Ma non vogliamo invece limitarci agli intonaci e all’imbiancatura delle pareti.
Potreste voler cambiare i pavimenti, per esempio.
Avrete bisogno di alcuni sacchi di cemento e di sabbia, per rifare il massetto su cui far poi aderire le nuove mattonelle. A questo dovrete quindi aggiungere alcuni sacchi di colla per mattonelle, se avete scelto quel tipo di lastrico.
Altrimenti potreste ‘ripiegare’ sul parquet. Se vi piace il vero legno dovete mettere nel conto il prezzo del materiale (vi conviene comprarlo all’ingrosso, anche per piccole metrature) e quello del montaggio.

In questo caso spenderete un pochino di più.

Potete comunque ripiegare sul parquet laminato da montare in regime di fai-da-te. Costa pochissimo ed è molto facile da montare. Non è la stessa cosa, è ovvio. Ma ce ne sono alcuni bellissimi, e se non vi va di montarlo molto probabilmente potete includere il prezzo del montaggio mettendovi d’accordo con il vostro fornitore: in una mezza giornata le assi del pavimento possono essere assemblate senza problemi.

In ultimo dovete mettere in conto la necessità di fornirvi di un battiscopa: di solito è in marmo, se avete scelto le mattonelle. Oppure in legno stondato, nel caso del parquet.
In ogni caso il battiscopa è l’ultimo ritocco per il vostro ambiente.

Insomma, la ristrutturazione di una stanza del vostro appartamento potrebbe costare molto meno di quanto potreste credere… informatevi!!

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Bonificare un tetto dall’amianto

Non vi è fabbricato che non abbia la sua brava quantità di amianto presente sotto forma di lastre di copertura, cassoni dell’acqua, comignoli o rivestimenti delle tubazioni di riscaldamento. E ovunque esso si trovi è un potenziale pericolo per la nostra e l’altrui salute.

L’esperienza ci insegna che oggi, un fabbricato su quattro, sottoposto a manutenzione, sceglie saggiamente di affrontare questa piccola spesa suppletiva e di depurarsi di quei materiali cancerogeni a base di amianto che giacciono nella proprietà. Così ha deciso anche il fabbricato preso in esame, il quale aveva l’intera copertura rivestita in lastre di cemento-amianto, tanto in voga fino agli anni ’60.

LA RIMOZONE
Benché bisognasse montare i ponteggi sui prospetti dello stabile, per operare in sicurezza nelle operazioni necessarie alla rimozione delle lastre di copertura, si è dovuto attuare una serie di particolari protezioni in corrispondenza del tetto, al fine di delimitare secondo la buona regola dell’arte, di volta in volta, le zone adibite all’intervento.

Le fasi di rimozione, effettuate sotto l’assiduo controllo dei tecnici ASL e dopo averne avuto, dalla suddetta, autorizzazione in seguito ad un apposito progetto presentato ed approvato, eseguite da nostro personale autorizzato ed opportunamente addestrato al fine di eliminare ogni fattore di rischio, hanno seguito gli schemi collaudati imposti dalla normativa che prevedono: il preventivo incapsulamento con idoneo materiale steso a spruzzo a bassa pressione; la rimozione delle lastre, avendo cura di non romperle, onde evitare la dispersione delle fibre cancerogene nell’atmosfera; l’imballaggio e la sigillatura delle stesse con idonei teli in plastica ed etichettatura denunciante il contenuto tossico; infine, il calo in basso a piano terra dei pacchi così confezionati e seguente trasporto a discarica autorizzata.

LA NUOVA COPERTURA
Il tetto così bonificato e scoperto è stato nuovamente rivestito con un moderno e più idoneo materiale di copertura, costituito da pannelli sandwich in lastre di alluminio pre-verniciato, che racchiudono in sé la duplice capacità di protezione dagli agenti atmosferici e di isolamento termico, lasciando pressoché intatto l’aspetto esteriore del fabbricato, così come appariva in origine. L’opera ha peraltro risolto i molteplici problemi di infiltrazione d’acqua di cui il vecchio tetto ammalorato era causa.
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Storia, architettura ed eco-sostenibilità

Le malattie ci assalgono non a caso, ma si sviluppano da piccoli, giornalieri peccati contro la natura. Quando la misura è piena, ci sembra che prorompano ad un tratto“.
(Ippocrate, 460 – 377 a.C.)

I peccati di cui parlava oltre 24 secoli fa il grande vegetariano, considerato il fondatore della medicina, oggi non sono più piccoli, poiché le conseguenze derivanti dalle applicazioni delle enormi potenzialità tecnologiche e dal modo di alimentarsi dell’uomo (soprattutto di quello “occidentale”), hanno alterato così profondamente l’equilibrio planetario da arrivare a mettere in dubbio, al di là di una eventuale guerra termonucleare globale, la stessa prosecuzione della vita sulla Terra.
L’ecologia studia le condizioni di vita degli esseri viventi e le correlazioni esistenti tra loro e l’ambiente. Non è possibile eludere impunemente la legge naturale di causa ed effetto.

Comparando tra loro l’inquinamento dell’ambiente e le malattie, con l’uso del criterio di causa-effetto, si evidenzia la realtà di un mondo divenuto nemico di se stesso. Le alterazioni dell’equilibrio si presentano dove e quando avviene una violazione del ciclo ecologico naturale, generata dall’industrializzazione e dalla concentrazione di popolazione umana. Nel corso dei secoli intere zone della terra sono state trasformate in steppe (quasi un terzo della superficie delle terre emerse è ormai ridotto a deserto) ed oggi questo processo sta accelerando in modo esponenziale anche a causa della deforestazione progressiva attuata per far posto ai pascoli (che nel giro di pochi anni trasformano la foresta in deserto), dell’inquinamento ad aria, acqua e terra prodotto dagli allevamenti intensivi (ad esempio, la CO2 emessa da questi nel mondo è quasi pari a quella prodotta dal traffico e dalle industrie messe insieme) e dell’uso di pesticidi e diserbanti in agricoltura.

Nella storia la tendenza alla concentrazione inizia in quasi ogni parte del mondo intorno al 1850 quando soltanto il 2% circa della popolazione mondiale viveva in città di oltre 20.000 abitanti. Nel 1950 era intorno al 21% , mentre attualmente è di oltre 80% e le metropoli della terra vanno sempre più estendendosi come formazioni cancerogene incontrollate di oltre 20 milioni di abitanti.

Solo il decentramento e l’integrazione della popolazione con la propria economia nel sistema naturale di vita ed il generale passaggio dell’umanità dall’alimentazione carnea all’alimentazione vegetariana potranno far fronte alla fame, alla distruzione ambientale, alla valanga di malattie e garantire la prosecuzione di vita sulla Terra per le prossime generazioni.

È indispensabile, quindi, considerare l’attività in generale dell’uomo e quella abitativa in particolare, non già più utilizzando il concetto di BIOSOSTENIBILITÀ, in quanto esso è troppo soggetto ad arbitrarie interpretazioni di comodo, come quella del ‘Dio-elastico’ che ognuno tira dalla propria parte (il ‘Dio è con noi’ di tutti gli eserciti), bensì partendo dal principio di BIOCOMPATIBILITÀ.

Biocompatibile, cioè compatibile con la vita. Quando iniziamo a pensare ad un progetto dovremmo chiederci se esso sia compatibile con l’equilibrio vitale e se le tecniche e i materiali siano effettivamente biocompatibili. Il nostro dovere, la nostra finalità deve essere il mantenimento di questo equilibrio, mentre il progetto dovrà essere lo strumento usato per mantenere tale equilibrio. Ecco, allora, che fine e mezzi coincideranno inevitabilmente. Chi costruisce un albergo mostruoso su una bella costa italiana ottiene un risultato non-biocopatibile con l’equilibrio vitale fatto di uomini, animali non umani ed ambiente in generale, poiché usa un mezzo (il mostro) non-biocompatibile.

A tale scopo dovremmo considerare quali siano i fattori da tener presente nell’impostazione progettuale di un edificio, affinché esso possa essere uno strumento biocompatibile, adatto cioè per ottenere la finalità del mantenimento dell’equilibrio vitale. Anche nella valutazione del già costruito dovremo adottare tali criteri, valutandone il grado di biocompatibilità.

Il tutto andrà rapportato ad un ideale 100% di biocompatibilità, la biocompatibilità assoluta usata come riferimento. Questo della biocompatibilità è un concetto che possiamo applicare a qualunque realizzazione umana. Ad esempio non dovrebbe essere realizzato alcun oggetto che non possa essere poi via via riutilizzato e riciclato totalmente, sino alla sua dissoluzione, senza che l’ambiente venga inquinato in alcuno dei passaggi, dall’iniziale realizzazione sino alla sua dissoluzione.
Per quanto attiene all’attività edilizia è possibile realizzare città, villaggi, insediamenti ed abitazioni a misura d’uomo e d’ambiente, altamente biocompatibili.

Dopo questo breve ma necessario excursus, possiamo all’esame dei concetti basilari da tener presente nell’impostazione di un progetto, per tentare di avvicinarsi al massimo coefficiente di BIOCOMPATIBILITÀ. Naturalmente, lo stesso metodo sarà applicato nell’esaminare un edificio già esistente.

In primo luogo bisogna tener conto del sito sul quale dovrà sorgere l’edificio (o su quello dove già sorge); nel terreno non devono esservi perturbazioni geobiologiche (campi magnetici sotterranei, correnti idriche, ecc.).
Gli edifici devono essere edificati a distanza di sicurezza dalle centrali di trasformazione e dagli elettrodotti non interrati: ml50 da quelli a 50 Kv, ml 132 da quelli a 132 Kv, ml 220 da quelli a 220Kv, ml 380 da quelli a 380 Kv.
Le abitazioni devono essere ben distanti dai centri industriali e dalle grandi correnti di traffico.

Tra gli edifici devono esservi distanze idonee, prevalentemente occupate da alberi e prati; l’ideale è che da un edificio non si vedano gli altri, in quanto immersi nel verde. Essi dovrebbero costituire un ecosistema integrato laddove sia possibile la vita anche di altre specie; l’ideale è rappresentato da eco-villaggi a misura dell’uomo, degli altri animali e delle piante, con sistemi energetici e di smaltimento delle acque reflue, naturali.
Gli edifici devono assolvere alla funzione di favorire la formazione di neo comunità e le abitazioni dovrebbero rispettare l’individualità, la dignità di ogni persona e dei nuclei familiari.

Devono essere utilizzati materiali “igroscopici”, cioè adatti a favorire la naturale regolazione dell’umidità dell’ambiente.
Le pareti esterne devono essere in grado di filtrare e neutralizzare gli agenti tossici presenti nell’aria.
Devono essere utilizzati materiali che permettono il passaggio del vapore e dell’aria.
All’interno delle abitazioni devono essere in equilibrio tra loro le tre caratteristiche termiche: accumulazione, coibenza e smorzamento.

Le temperature superficiali delle pareti e dell’ambiente devono essere ottimali e in equilibrio con umidità e ventilazione; temperatura, umidità e ventilazione rappresentano le tre variabili del clima interno alla casa (mocroclima).
Il riscaldamento all’interno delle abitazioni deve avvenire per irraggiamento, con uso massimo possibile dell’energia solare, sia passiva, sia attiva.
L’edificio deve asciugare rapidamente ogni qualvolta si bagna (ad esempio con la pioggia) e questo avviene usando materiali e tecniche appropriati.
Bisogna usare materiali sani e naturali quali il legno o il mattone d’argilla (cotta o cruda), che rilasciano negli interni odori gradevoli.
Il colore, la luce e l’illuminazione devono essere prevalentemente naturali.

Si devono smorzare rumori forti e vibrazioni, con uso di particolari accorgimenti costruttivi.
I materiali usati nella costruzione non devono essere radioattivi od esserlo il meno possibile. Ad esempio è preferibile usare malte con calce piuttosto che con cemento, mattoni d’argilla cotta piuttosto che blocchetti di tufo.
Bisogna schermare gli impianti in modo da impedire la presenza di campi elettromagnetici indotti.
Bisogna posizionare opportunamente televisori e computers, non rivolgendone il retro verso ambienti di lunga permanenza quali le camere da letto o gli studi.

Nelle forme dei locali e nel loro arredamento devono essere usate le nozioni di fisiologia umana al fine di renderli il più possibile idonei e piacevoli da vivere e a tal fine è bene rispettare misure, proporzioni e forme armoniose. Tutti i materiali usati devono essere biocompatibili, prodotti e trasportati con basso consumo energetico, non tossici e non inquinanti. Tutto questo nell’intero loro ciclo di vita, dalla produzione, al riuso fino allo smaltimento. Gli stessi materiali usati non devono impoverire le risorse di materie prime in via d’estinzione.

Infine tutta la progettazione deve essere finalizzata a dare conforto fisico e psicologico all’individuo, ad armonizzare i rapporti tra le persone che vivono nella stessa casa e quelli tra i diversi nuclei familiari (rapporti sociali intraspecifici), nonché, infine, i rapporti tra gli uomini e gli altri animali (rapporti sociali interspecifici).

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Anche il cemento armato ha la sua data di scadenza

E’ la domanda ossessiva che ha generato tutto questo disquisire tecnico che va avanti da… mesi.
La riassumiamo, assieme alle risposte possibili, sotto forma di dialogo:

D.: “Senta Lei. ma casa mia, che fa parte di un edificio con telaio in cemento armato realizzato tra gli anni 50 e 60. Casa mia dico, realizzata 50 anni fa in pieno boom economico ed edilizio come peraltro la maggior parte degli edifici similari sparsi per il territorio italiano. Casa mia, insomma quanto dura?”

R.: “ Guardi: forse ne durerà altri cinquanta e passa, forse avrà problemi seri domani stesso; questo sempre che non venga un terremoto.”

D.: “Senta ma p….…!. Io vorrei sapere se stanotte devo andare a dormire ai giardini pubblici oppure potrò serenamente lasciare casa mia in eredità a mio nipote! ….Ecco, non si potrebbe essere un po’ più precisi? …Via, dica, dica! ”

R.: “ Guardi; la cosa dipende parecchio, da come è stata costruita .. poi dall’ambiente a cui è esposta ….. ecco mmhh … così … indicativamente …….. insomma chi più chi meno dovrebbe cominciare a “cioccare” tra una venticinquina d’anni”.

D.: “ Come dice Scusi?”

R.: “ Guardi; la verità è che non si sa … o meglio, non lo può sapere nessuno“

Per spiegare la risposta, evasiva, deludente ed anche inquietante bisogna fare un esempio:
Supponiamo che io sia un marziano e che me ne vada in giro per strada, a scopo di ricerca, a chiedere ai passanti, quanto dura la vita di un essere umano.
Andandosene in giro a fare domande funeste come il marinaio di Coleridge, si apprende facilmente però come in questo paese un essere umano viva mediamente 70 – 80 anni.
Di solito si muore per problemi cardiaci o tumorali, parecchi invece se ne vanno ben prima per incidente stradale.
Gli individui infine che raggiungono, ed eventualmente oltrepassano quei limiti, di solito sono degli individui robusti, con patrimonio genetico favorevole ed uno stile di vita sobrio.
Ed è una risposta buona! convincente! Molto migliore di quella appena ricevuta sulle case.
Essa si basa infatti su un mix di conoscenze mediche e risultati statistici consolidati – praticamente di dominio pubblico – di cui tutti riconoscono l’utilità, la cui base di indagine è iniziata secoli fa.
Bene: nel caso dei fabbricati in cemento armato non c’è qualcosa di così diffuso ed universale.
Esistono, è vero, molti studi condotti a livello internazionale, e di cui qui abbiamo cercato di fare un qualche sunto dello stato dell’arte.
Soprattutto esistono molti dati su un tipo speciale di “decesso” degli edifici a telaio: quello provocato dal Sisma, il terremoto insomma. Si tratta di un evento che confrontato con i casi “umani” studiati dall’ipotetico marziano di prima, può essere considerato l’analogo dell’incidente stradale (su questo rischio, infatti, è praticamente incentrata quasi tutta la tecnica moderna di progettazione del cemento armato).
Non esistono invece grande mole di dati statistici sulla “morte per vecchiaia” degli edifici con telaio di cemento; tanto meno esiste una casistica delle cause di decesso in età avanzata che possa essere considerato rappresentativo della popolazione esaminata.
E tutto questo non esiste semplicemente perché è solo da circa cinquanta anni che si è iniziato ad utilizzare il Cemento armato in modo intensivo.
Non sono insomma ancora “morte” di vecchiaia ancora abbastanza case da poter costituire un campione rappresentativo, tale cioè da guidare la ricerca successiva, da indirizzare i finanziamenti pubblici, ecc.

Per ora insomma si va a tentoni.

La cosa migliore che si può fare è analizzare come è stata costruita la casa, vedere le resistenze del cls, i diametri dei ferri, gli spessori dei copriferri, la porosità del getto ecc. e dopo una attente analisi tecnica, azzardare una previsione. Previsione che può essere anche condotta con il top della strumentazione e delle nozioni ingegneristiche disponibile, ma pur sempre non supportata da una base statistica.
E diciamo: per fortuna.

Conclusioni: Cerchiamo di non farla noi, la statistica.

Ad oggi quindi di “vecchiaia”, cioè senza una causa esterna preponderante, sono deceduti un numero ancora esiguo di palazzi.
A ben vedere si trattava poi di esemplari particolarmente disgraziati, ammalati: nati storti da costruttori insipienti, mal gettati, cemento poco e niente, ecc.
Lasciamo da parte allora questi grandi malati, questi edifici infelici. Facciamo un passo in avanti ed andiamo a parlare dei malaticci, degli individui gracilini: edifici non dotati di un “buon patrimonio genetico” e dalla vita non troppo “sobria”.
Nel nostro paese, lo si è scritto fino alla nausea, è stata realizzata una grande, enorme, massa di edifici con telaio di cemento armato circa 50 anni fa.
Esiste poi la “nozione comune”, diciamo così la “sensazione” (a parte alcune lodevoli eccezioni regionali, non esiste alcun tentativo di statistica generalizzata su questi dati) di cosa valgano parametri come: spessore copriferro, resistenza caratteristica del cls, rapporto acqua/cemento, stagionatura tipo, ecc. per gli edifici realizzati in quel momento aureo dell’edilizia italiana.
Alcune formule, raccolte in giro dalla letteratura, ci dicono che un certo K (ricordate? K è il coefficiente di …………….) finisce per assumere un valore un po’ altino, diciamo tra 6 e 10.
Insomma queste formule ci dicono che un copriferro di scarsi due centimetri fatto con un cemento così così’ è stato sorpassato dalla carbonatazione circa 20 anni fa.
La parte bassa dei pilastri, zona garage, è esposta ad un ambiente discretamente umido; i 200 mm di consumo del ferro di letteratura se non sono stati raggiunti l’anno scorso lo saranno tra una ventina d’anni.
A ben vedere ci sarebbe un luogo in cui il cemento era stato usato in modo intensivo prima della seconda guerra mondiale: gli Stati Uniti.
Peccato però che in quel paese abbiano l’abitudine di buttar giù i palazzi ben prima che il cemento dia segni di “insofferenza” in modo allarmante.
Di solito infatti, dopo 20 o 30 o al massimo 50 anni i palazzi li buttano giù e sul posto semplicemente ne costruiscono un altro più redditizio: alto il doppio, dotato dei confort che in quel momento richiede la società, il mercato e magari non più in c.a. ma interamente in struttura metallica.
Anche altri paesi sembrano seguire lo stesso esempio: tutti quelli di radice anglosassone, per esempio, ma anche molti altri paesi europei, con varie velocità, favoriscono codici di comportamento edilizio secondo il quale quando il costo di manutenzione diventa eccessivo, allora conviene buttare giù e rifare tutto… (e bisogna dire che anche il Lazio con una recente Legge sta favorendo ciò).

Tutti tranne uno!

Qual’ è il paese Europeo dove oggi si continua a vivere (usualmente dico, non in casi isolati) e senza farci troppo caso in un edificio in cui si è installato in un secondo momento l’ascensore; in un secondo momento l’impianto di risaldamento; si sono rifatti tre o quattro volte i frontalini e le facciate, sfondato cinque o sei volte il vano scale per far passare cavi elettrici antenne etc.?

Qual’ è del resto il paese con il più grande patrimonio storico, artistico, monumentale ed archeologico del modo?

La domanda allora è: Quanto dura questo malatino? E soprattutto: quanti ce ne sono?
Risposta alla quale non è né facile né possibile rispondere, almeno non genericamente da queste pagine.

Solo una considerazione vorremmo fare a conclusione di questo discorso. Cerchiamo di non farla noi la statistica significativa ad uso di altri paesi.

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Risparmiare energia grazie ad una pompa di calore

Grazie alla moderna tecnologia, possiamo soddisfare il fabbisogno energetico e le esigenze dei nostri edifici riducendo l’impatto ambientale e nel contempo risparmiando denaro. Ad esempio, per il riscaldamento degli ambienti le caldaie a combustibile fossile non sono più da tempo l’unica soluzione disponibile. Esistono soluzioni ecologiche e convenienti come pannelli solari termici, caldaie a biomasse, pompe di calore.

Le pompe di calore, ad esempio, permettono di sostituire le caldaie tradizionali azzerando completamente le emissioni di anidride carbonica, poiché l’energia termica è prodotta sfruttando esclusivamente il calore dell’aria esterna. Questo tipo di impianto si rivela conveniente anche dal punto di vista economico, poiché elimina i costi relativi all’acquisto del combustibile. Il risparmio sui costi legati all’energia garantito da questi impianti consente un rapido ammortamento dei costi. Se poi l’edificio dispone di un impianto solare fotovoltaico, tutta l’energia elettrica necessaria al funzionamento della pompa sarà disponibile gratuitamente grazie a esso.

pompa di calore

Installare una pompa di calore alla propria casa non ha bisogno di interventi particolarmente rilevanti, poiché basterà dotare l’edificio di un box esterno in grado di estrarre calore dall’aria fino a una temperatura minima di – 20 gradi centigradi. Questa categoria di pompe di calore si suddivide a sua volta in due tipologie: aria-acqua, per la produzione di acqua calda per riscaldamento e usi domestici. Pompe di calore aria-aria, che estraggono il calore dall’arie esterna trasferendolo agli ambienti interni, oppure possono raffrescare.

Per funzionare, queste pompe di calore si avvalgono di un ciclo che estrae calore dall’aria esterna, utilizzata come sorgente fredda, e lo cede all’interno. Esse possiedono un circuito contenente del fluido refrigerante, il quale per mezzo di una valvola di espansione che ne abbatte la pressione diviene una miscela di vapore e liquido. In seguito la miscela passa nell’evaporatore, posto all’esterno, e lì assorbe calore diventando vapore a bassa temperatura. Poi, in seguito a un aumento di pressione, il vapore acquista calore aumentando di temperatura. Giunto nel condensatore, posto all’interno, il vapore cambia di fase rilasciando calore, prima di ricominciare il ciclo daccapo.

Va detto che la pompa di calore non è altro che un condizionatore che funziona a rovescio e non vi sono difficoltà tecnologiche per invertire il ciclo e per far funzionare la macchina stessa come un condizionatore. Infatti la maggior parte delle pompe di calore presenti sul mercato sono reversibili, cioè possono funzionare indifferentemente come condizionatore o come pompa di calore, ciò che le rende una soluzione ancora più conveniente.

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Innovazioni edilizie

Il capitolo delle così dette “innovazioni” è una materia, nel vasto campo condominiale, che si trova di fronte ad una capillarità di interpretazioni opinabili. Non costituisce “innovazione” qualsiasi opera nuova da effettuarsi sulla proprietà comune, ma soltanto quella che trasformi la cosa comune stessa nella sua essenza, nella sua forma e/o destinazione.
Le innovazioni previste dal codice civile si possono raccogliere sostanzialmente in quattro tipi fondamentali: 1) l’innovazione consentita; 2) l’innovazione utile e/o necessaria; 3) l’innovazione gravosa e/o voluttuaria; 4) l’innovazione vietata.

Nell’art. 1120 Codice Civile si tratta essenzialmente dei primi due tipi sopra descritti. Nell’art. 1121 C.C. invece si descrivono le innovazioni gravose e/o voluttuarie; le innovazioni vietate invece si rifanno agli artt. 1102 e 1108 C.C., con qualche cenno relativamente all’art. 1120, II comma.

1) Innovazione consentita.
Questo tipo trova spazio nell’ambito di quelle innovazioni che mantengono la cosa comune nel profondo rispetto per il maggior numero di condomini, cioè che dispone una più agevole e razionale utilizzazione della proprietà comune, e la relativa deliberazione assembleare potrebbe anche talvolta sacrificare la volontà del singolo condomino che potrebbe non desiderarla. Ad es. quando una Assemblea decidesse di non approvare una qual certa innovazione consentita – sia pure non arrecando alcun danno materiale e/o economico ai condomini – un singolo od una minoranza di condomini verrebbero inevitabilmente “limitati” dalla decisione della maggioranza a vantaggio della collettività. Quindi a “legittimare” l’innovazione consentita, a vantaggio di una collettività, il codice civile indica che la detta deliberazione assembleare deve raggiungere la maggioranza dei partecipanti al condominio, rappresentante almeno i 2/3 del valore dell’edificio (cioè almeno 667 millesimi su 1.000).

Una maggioranza così rigorosa trova fondamento sul fatto che la “fantasia” di questo o quel condomino deve essere giustamente frenata di fronte alla opportunità di aggravi di spese o di determinate convenienze. Lungo è l’elenco delle innovazioni consentite, per cui qui ci limiteremo ad accennare il concetto di massima, per necessità di brevità. Ma c’è una sostanziale differenza tra le innovazioni adottabili, in virtù dell’art. 1120 C.C., e quelle previste dall’art. 1102 C.C. Le prime sono dirette allo scopo fondamentale della “utilità collettiva”, cioè pongono il condominio in grado di ricavare una maggiore utilità dalla cosa comune. Le seconde sono quelle che arrecano “utilità ai singoli condomini”, e la loro legittimità va accertata alla luce del medesimo articolo, indipendentemente da ogni delibera di Assemblea. Più esattamente, mentre l’art. 1120 puntualizza che possono disporre nello stabile tutte le innovazioni che credono, se dirette al miglioramento della proprietà, pur con il limite di tutto ciò che potrebbe arrecare pregiudizio allo stabile, l’art. 1102 consente ad ogni proprietario di servirsi della cosa comune purché ciò non ne alteri la destinazione e non impedisca ad alcuno uguali diritti.
Le innovazioni consentite sono obbligatorie per tutti i condomini, ove deliberate con le maggioranze prescritte, unico limite alla deliberazione assembleare è che non venga compromessa la stabilità e la sicurezza del fabbricato condominiale, o non venga alterato il c.d. “decoro architettonico”, fermo restante che nessun condomino resti precluso o limitato o diminuito nell’uso e nel godimento delle parti comuni. L’innovazione consentita non deve mai danneggiare alcuno dei compartecipanti alla proprietà, altrimenti da consentita diventerebbe vietata.

Vediamone solo alcune in particolare per importanza: quelle degli impianti come l’ascensore, e l’impianto di riscaldamento ecc. Prima dell’entrata in vigore della nostra Costituzione (1 gennaio 1948) questi venivano ancora considerati “un lusso”. Oggi, modificato il concetto di “comodità d’uso”, queste innovazioni non possono più certo rientrare fra quelle “gravose”, anche se il loro costo non può comunque essere irrilevante. Per quanto onerosa, infatti, la quota parte di ciascun singolo condomino non potrà mai superaree neanche 1/3 del valore della proprietà, ed il condominio ne trae sicuramente un vantaggio ed una utilità tale che oggi non è più da considerasi come una spesa voluttuaria.
Vediamo invece l’impianto di TV centralizzata satellitare. Anche questa innovazione deve essere supportata da una votazione che veda almeno la maggioranza assoluta dei condomini ed almeno i 2/3 dei millesimi (667). Ma neppure questa può oggi considerarsi “voluttuaria”, e sarà sicuramente valida dato l’accrescimento di valore e di guadagno che i condomini ne trarranno in conoscenza o in informazione.

L’innovazione comune (o consentita) in alcuni casi può e dovrà essere considerata come inderogabile, ad esempio quando questa viene ad essere necessaria per una modificazione di normativa, come l’introduzione di una nuova legge può comportare il divieto d’uso degli impianti di riscaldamento a carbone; per cui tutti i condomìni che si trovino ad avere un tale impianto di riscaldamento, volenti o nolenti, dovranno cambiarlo, in quanto la nuova norma costituisce una sorta di “obbligatorietà” all’innovazione.

In proposito a quanto accennato, ci soccorrono alcune Sentenze della Suprema Corte, tra le quali sono da segnalare:
– II Sezione della Corte di Cassazione 18 novembre 1971 n. 3314 (ascensori);
– medesima Sezione 10 maggio 1967 n. 954 (pregiudizio per condomini);
– stessa Sezione 9 ottobre 1967 n. 2355 (modi di deliberazione per rinnovazioni);
– identica Sezione 13 marzo 1963 n. 614 (ascensori interni o esterni);
– idem del 26 luglio 1962 n. 1183 (non compromettibile stabilità degli edifici).

2) Innovazione utile o necessaria.
Il C.C. ha mantenuto un prudente silenzio circa le spese per “innovazioni utili o necessarie”, ma descrive con una certa abbondanza le differenze tra “innovazioni consentite” ed “innovazioni gravose o voluttuarie”.
Quelle utili o necessarie sono in larga parte quelle che riguardano gli impianti o gli interventi di ripristino sulla proprietà comune, soprattutto quando queste rientrino in un contesto di assoluta improrogabilità, o di stato di potenziale pericolo per i condomini, per i terzi, o addirittura quelle che potrebbero impedire il normale uso della cosa comune.
In questi casi, convocata regolarmente e dichiarata valida l’Assemblea ed atta a deliberare, sarà sufficiente una maggioranza semplice, ossia quella sostenuta da almeno 1/3 dei condomini e da almeno 1/3 del valore dell’edificio (334 millesimi).
Tra queste, ricordiamo a titolo di esempio: il ripristino delle facciate dello stabile; delle parti pericolanti; di muri maestri o di recinzioni; di tubazioni di scarico; di fosse biologiche; di cancelli, di scalini ecc. Ed inoltre: gli adeguamenti di Leggi, decreti e regolamenti relativi a norme Ministeriali, Regionali o Comunali; le sostituzioni di parti deteriorabili degli impianti; le ispezioni e pulizie degli impianti; le disinfestazioni annuali; ecc.

A conforto possiamo citare una importante Sentenza della Suprema Corte Sezione II 16 dicembre 1954 n. 4498, che abilita espressamente l’amministratore ad ordinare certi lavori di manutenzione, anche senza la materiale convocazione dell’Assemblea, in costanza di due elementi caratteristici: l’urgenza dei lavori, e lo stato di pericolo (con ovvio rendiconto nella successiva Assemblea); ed ancora le Sentenze della medesima Corte Sezione II dell’11 gennaio 1968 n. 62; e della Sezione II del 12 agosto 1966 n. 2212; ed ancora della Sezione II del 19 ottobre 1961 n. 2246.

3) Innovazione voluttuaria o gravosa.
E’ quella innovazione che comporta una spesa molto gravosa o che abbia carattere eminentemente voluttuario, rispetto alle condizioni o all’importanza architettonica o storica dell’edificio. Questa può essere deliberata anche dai soli condomini che intendono trarne vantaggio, nelle condizioni in cui l’innovazione stessa sia attuabile e rientri nel novero di quelle opere che non alterino la destinazione, o che non impediscano l’uso delle parti comuni a questo o quel condomino.

Il concetto di “voluttuario” quindi è più spesso di carattere soggettivo che non di carattere oggettivo: ossia, la gravosità della spesa può esser costituita da una somma di una certa rilevanza in un condominio di prestigio elevato; oppure di una rilevanza inferiore in caso opposto. Quindi non potendo essere “quantificata” con l’identificazione di una somma di denaro precisa, uguale per tutti, in definitiva di solito finisce per realizzarsi in un “vantaggio” a favore solo di una parte dei condomini, quelli che dispongono di una maggiore potenzialità economica; indi per cui, dovendo tutelare anche e soprattutto gli interessi dei condomini più “deboli”, cioè quelli con minore potenzialità economica, nella deliberazione assembleare questi ultimi dovranno esplicitamente “dissociarsi” (richiedendo la verbalizzazione di questa loro volontà) onde non essere chiamati a risponderne delle relative spese. Il concetto di voluttuario può essere di carattere oggettivo (cioè inerente agli interessi di tutti i comproprietari) solo in casi estremi di patente voluttuarietà: ad es. quando, per ipotesi assurda, in un condominio si volesse portare in discussione ed in votazione l’innovazione che preveda il rinnovo di tutte le porte d’ingresso delle singole unità immobiliari con materiali di elevata preziosità (legni speciali o di natura eccezionale; metalli preziosi ecc.) oppure con l’applicazione di sculture, disegni pregiati, opere d’arte firmate ecc. su cadauna porta d’ingresso. La eccezionalità del rinnovo ovviamente comporterebbe una automatica posizione di “rigetto” dell’innovazione in senso generale.

Queste innovazioni “gravose” hanno sempre almeno due ordini di individuazioni:
– l’opera può essere “scissa” dalla utilizzazione comune e si può collocare nelle innovazioni di “proprietà di utilizzazione separata, o esclusiva di alcuni condomini”.
– l’opera non è scindibile dal contesto dei beni comuni, ma proprio per il carattere voluttuario può essere “accettabile” da parte della totalità dei condomini, anche se poi può essere magari utilizzabile solo dai partecipanti alle spese.
La deliberazione di questa innovazione non è soggetta a “specifiche maggioranze”, proprio per quanto sopra detto, ossia le spese vengono sostenute solo da chi ha volontà di compartecipare alla esecuzione dell’opera. Ciò nonostante può anche accadere che non sussista l’accordo fra i condomini per quanto attiene l’opera stessa. In tal caso, ferma restando la possibilità di scissione dalla spesa, l’Assemblea deve permettere che l’opera voluta solo da una parte dei condomini si realizzi, però questo si traduce di fatto in una delibera che veda inderogabilmente la maggioranza di cui all’art. 1120 C.C., ossia la maggioranza dei partecipanti al condominio e dei 2/3 del valore dell’edificio.

Vediamo, per maggiore chiarezza, qualche esempio di queste opere. Potremmo elencarle nella seguente casistica:
– modifica dell’uso del lastrico solare;
– decorazione o rinnovo della pavimentazione dell’androne e delle scale con rivestimenti onerosi;
– sostituzione di apparecchiatura di uso normale con quella di lusso;
– abbellimento sproporzionato della facciata;
– costruzione ex novo di locali per alloggio portiere;
– costruzione di piscine o campi da tennis. ecc.

4) Innovazioni vietate.
Queste trovano fondamento principalmente in tre articoli del codice civile: il 1102; il 1108; il 1120.
Le innovazioni vietate, per antonomasia, sono quelle che:
– alterino la destinazione comune o impediscano ad uno o più condomini di far parimenti uso della stessa cosa comune, secondo i loro diritti;
– arrechino pregiudizio alla stabilità o al decoro o alla sicurezza della proprietà comune, oppure ne alterino l’architettura in modo tale da rendere inservibile – anche ad un solo condomino – alcune parti del condominio.
Le maggioranze delle deliberazioni per tali innovazioni, non sono previste dal codice civile, come già accennato per quelle voluttuarie, con le medesime possibilità e precauzioni. Ma una deliberazione che dovesse prevedere – direttamente o implicitamente – una alterazioni architettonica può essere approvata solo all’unanimità, senza alcuna deroga. In tali casi la vigente normativa prevede lo studio e la perizia di un esperto iscritto ad un Albo professionale tecnico (Geometra, Architetto, Ingegnere ecc.), ed oltre al consenso unanime dell’Assemblea, occorrerà sottoporre la decisione alla verifica dei competenti organi tecnici del Comune di residenza, ed a volte di quelli della Sovrintendenza ai Monumenti, quando si tratti di fabbricati posti in zone di sua giurisdizione. In questi ultimi casi, nulla potrà essere modificato senza il definitivo parere sul progetto di variazione.
Per vietare una eventuale innovazione, dovrà comunque riunirsi una Assemblea che dovrà poi deliberare con maggioranze qualificate (almeno la maggioranza dei condòmini ed almeno i 2/3 del valore dell’edificio).

Anche in questi casi ci sono di ausilio alcune Sentenze della Suprema Corte Sezione II, ossia:
– del 10 maggio 1967 n. 954 (pregiudizio a danno anche di un solo condomino);
– del 12 febbraio 1966 n. 433 (applicazioni giudiziali in materia).

In conclusione dobbiamo riconoscere che dottrina (insieme delle cattedre universitarie in materia di diritto), e giurisprudenza (insieme delle sentenze dei vari giudici di vario grado) non equivalgono nella fattispecie alla sicurezza applicativa di una norma di legge, ma occorre sempre valutare che sia l’una che l’altra trovino fondamento in uno studio “tecnico-giuridico” che scaturisce dalla vita quotidiana articolabile in ciascun condominio. Saranno poi il tempo, l’uso delle innovazioni, gli studi di Diritto e le Sentenze di vario livello a costruire intorno a questi concetti di “innovazione” un sostrato di normativa in materia. Ossia verrà fornito dai condomìni e dalle singole o complessive volontà espresse nelle Assemblee ad integrare, modificare ed aggiornare questi concetti molteplici e variegati, con la valutazione più o meno profonda di ciascun problema comune.

Il tutto è sempre in continua evoluzione e verrà collocato, nel tempo, in relazione alle esigenze della vita che si susseguono e si sovrappongono continuamente, modulando e regolando, o adattando alle varie esigenze del momento la vita dell’uomo stesso.

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Umidità in edilizia

Qualsiasi costruzione, sia in muratura portante che in cemento armato, nel campo civile ( appartamenti, locali, scantinati, ecc…) può essere soggetta, in circostanze a volte sopravvenute nel tempo ed a volte presenti sin dall’origine, a svariati fenomeni chiamati genericamente UMIDITA’.

Macchiature, sbollature, erosioni, affioramento, sono tutti effetti legati alla presenza di acqua nei suoi diversi stadi: liquido, solido o sotto forma di vapore.
Spesso, però, poiché la causa dell’aggressione umida non è di facile lettura (anzi di frequente sono più di una ), se non viene bene individuata può portare a grosse spese improduttive o addirittura controproducenti e, nel peggiore dei casi, al permanere degli originari problemi, si pensi ad esempio ai frequenti fenomeni di condensa scambiati per infiltrazioni dal manto di copertura con conseguente inutile rifacimento delle impermeabilizzazioni e dei relativi lastrici solari o delle perdite dalla rete di smaltimento delle acque nere scambiate per banali infiltrazioni.

Individuare con precisione le cause dei danni da infiltrazione, e quindi il tipo o i tipi di umidità presente, è pertanto la prima e più delicata operazione da effettuare per poter poi bene indirizzare i relativi interventi di risanamento.
Ci addentreremo nel problema e cercheremo di chiarire le differenze tra le varie manifestazioni del fenomeno umidità, la loro individuazione e quali interventi mirati si possano attuare per ottenere un risanamento completo e definitivo.

Tralasciando il banale guasto idraulico, che spesso peraltro può non essere di facile individuazione e a volte coesiste con altre cause, l’umidità può essere raggruppata in quattro categorie:

Umidità da capillarità = assorbimento di acqua nelle strutture in elevazione, attraverso i capillari presenti nei materiali da costruzione.

Umidità da condensazione = aggregazione allo stato liquido del vapore acqueo contenuto nell’aria.

Umidità da infiltrazione = passaggio materiale di acqua attraverso le superfici esterne: paramenti esterni a cortina, intonaci cavillati o fessurati, copertine in materiale lapideo disconnesse o poco aggettanti o senza sgocciolatoi, vetustità e sopraggiunte fessurazioni nelle impermeabilizzazioni delle coperture o guaine bituminose saldate male o carenti nelle alzate, coperture a tetto con tegole disconnesse o rotte, vicino ad elementi in ferro deteriorati da processi di ossidazione ecc…

Umidità di igroscopicità = assorbimento di vapore acqueo dall’aria, dovuto alla presenza di Sali igroscopici, in prevalenza nitrati, solfati e cloruri. Accennata in questa sede per completezza di informazione, è trascurabile in edilizia civile ma, al contrario, molto importante in campo monumentale, per esempio su affreschi.

acqua

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Il riscaldamento a pavimento radiante e il riscaldamento a battiscopa

Una delle ultime tendenze nell’ ambito degli arredamenti moderni è quella di non installare nella casa alcun tipo di termosifone. Il vantaggio è di tipo estetico e soprattutto si risparmia spazio. La domanda però a questo punto sorge spontanea, come si riesce a riscaldare un intero appartamento senza termosifoni?

Con due soluzioni: il riscaldamento a pavimento radiante o il riscaldamento a battiscopa.

La prima soluzione è quella che richiede un “impegno” e costi maggiori perchè andrà rifatto il pavimento. Nella pratica gli installatori stenderanno a serpentina per tutta la casa una serie di tubazioni in cui scorrerà acqua oppure un mix di composti tra cui il glicole propilenico. Il iquido verrà scaldato da una caldaia che, grazie ad un sistema idraulico, sarà spinto lungo tutto il percorso.

Ovviamente il sistema di tubi sarà coperto dal massetto e dal pavimento. Il calore verrà diffuso in maniera radiante nonostante la copertura. Il vantaggio del riscaldamento a pavimento rispetto a quello a termosifoni risiede nel risparmio energetico. Per avere infatti in casa una temperatura di 19 gradi sarà sufficiente portare l’acqua a circa 35 gradi. C’è differenza quindi rispetto al calore necessario per i termosifoni, in quel caso ci vogliono mediamente 70-80 gradi.

parquet

Il riscaldamento a battiscopa è simile rispetto a quello a pavimento. In questo caso i tubi vengono nascosti proprio all’ interno dello zoccoletto che correrà lungo tutta la casa. In questo caso non avremo bisogno di rompere i pavimenti

Il riscaldamento a battiscopa è particolarmente efficace per le case storiche o particolarmente vecchie con i muri spessi fatti di mattoni pieni a base di calce perchè l’efficienza migliora quando il tubo incontra una forte inerzia termica.

Lo svantaggio di questi due tipi di riscaldamento è il tempo particolarmente lungo con cui si raggiunge la temperatura ideale, circa 7-8 ore, se vogliamo avere calore immediato i condizionatori a pompa di calore o i classici termosifoni sono più efficaci.

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Proteggere la natura a partire dall’architettura

Per sviluppo sostenibile si intende quello sviluppo in grado di far perdurare la salute del nostro pianeta, sotto un profilo non solo ambientale ma anche sociale ed economico, volto soprattutto a preservare la qualità e la quantità del patrimonio e delle riserve naturali.

Se l’importanza di questo approccio ha preso piega soprattutto negli ultimi decenni – a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso – anche la verifica e la concretizzazione del concetto stesso hanno parecchio faticato a farsi strada, grazie anche alla scarsa informazione ed alla riluttanza di molte persone nel dover abbandonare le proprie abitudini – spesso del tutto sbagliate e poco consone all’importanza dello sviluppo sostenibile – per abbracciare una nuova filosofia di vita e di pensiero.

Eppure, di fronte al timore di affrontare “il diverso”, da qualche anno, grazie alle sempre maggiori informazioni pubblicitarie incentrate sulla problematica dell’ambiente e dell’ecologia, sono sempre di più le persone interessate a mantenere un certo equilibrio ecologico ed ambientale: basti pensare, soprattutto, all’esigenza – negli ultimi anni sempre più capita e di conseguenza rispettata – di far fronte, per esempio, ai problemi dell’eccessiva sporcizia e spazzatura, attraverso la raccolta differenziata. Oppure, all’esigenza di bandire l’uso dei sacchetti di plastica per favorire quello dei sacchetti ecologici, fatti in tessuto e con particolari forme e colori per invogliare sempre più persone a farne uso.

energia solare

Uno tra gli elementi più significativi rispetto al problema ambientale è dato dall’architettura sostenibile, argomento sempre più dibattuto tra imprese edili e progettisti: essa nasce dall’esigenza di rispondere in maniera più seria e concreta, non solo al problema del rispetto del pianeta, ma anche a quello del risparmio energetico e, di conseguenza, ecologico.

Orientamento, soleggiamento, fattori di ventilazione naturale, ombreggiamento prodotto dalle preesistenze, ma anche l’adozione di sistemi alimentati da biomasse, sono solo alcuni dei sistemi costruttivi fino ad oggi utilizzati solo in maniera limitata, nel rispetto sempre maggiore del pianeta e della sua salute.

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La difesa dell’ambiente e l’attestato di certificazione energetica

Nel corso degli ultimi anni la nostra società sta inesorabilmente cambiando: di fronte allo spreco energetico ignorante ed inconsapevole che fino a qualche anno fa si perpetuava tra le mura domestiche (e non solo) oggi la prospettiva si sta lentamente modificando a favore del rispetto delle risorse del nostro pianeta, alcune delle quali sono rinnovabili, ma molte altre decisamente no.

Per questo motivo, l’impatto che l’informazione sta avendo sull’uomo non riguarda solo l’uso consapevole dell’energia, o argomenti importanti come la raccolta differenziata, ma si apre ad aspetti anche molto più specializzati come può essere l’architettura ed il modo di costruire le abitazioni: si parla in questo caso di sostenibilità e di sviluppo sostenibile, quando l’interesse dell’uomo è volto a migliorare decisamente l’efficienza della vita e l’approccio con l’energia.

energia solare

In particolare, negli ultimi anni si è sentita sempre maggiore l’esigenza di incentrare la propria attenzione sulle prestazioni e sulle efficienze energetiche degli edifici, residenziali e del settore terziario, e ciò ha spinto l’Unione Europea ad emanare una direttiva relativa al “Rendimento energetico degli edifici”, con lo scopo di affrontare in modo globale il contenimento dei consumi energetici. Questa direttiva, del 16 Dicembre 2002 sul rendimento energetico, è volta principalmente a ridurre il fabbisogno energetico con particolare riferimento ai consumi, che possono riguardare diverse aree, dal riscaldamento alla climatizzazione, dalla produzione di acqua calda sanitaria all’illuminazione.

Diventa quindi essenziale l’Attestato di Certificazione Energetica, obbligatorio per tutte le categorie di immobili e nel quale devono essere riportati “dati di riferimento che consentano ai consumatori di valutare e raffrontare il rendimento energetico dell’edificio” e “raccomandazioni per il miglioramento del rendimento energetico in termini di costi-benefici”.

Questo certificato ha quindi l’obiettivo di dotare in maniera sempre più diretta ed immediata tutti gli edifici (residenziali e non) di un documento che possa fornire agli eventuali compratori informazioni in merito al comportamento energetico dell’immobile.

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Rinforzare le strutture portanti

Nel precedente articolo abbiamo introdotto il discorso sulla curabilità delle strutture portanti in cemento armato, di cui è costituita l’ossatura degli stabili moderni. Abbiamo preso in esame alcuni fondamentali concetti inerenti le tensioni che si producono all’interno delle strutture e alcuni semplici concetti di “armatura”. Oggi prendiamo in esame alcuni mali che affliggono questi materiali apparentemente molto robusti e duraturi, ma talvolta indifesi dalle aggressioni esterne come l’inquinamento.

1) Patologie di entrambi i protagonisti
Insomma, riallacciandoci al discorso lasciato in sospeso lo scorso mese, possiamo dire che per tenere in piedi una casa ci vuole acciaio di buona qualità (Feb 44k, ovvero, resiste a 4400 km/cm2).
Ed anche il calcestruzzo lo deve essere, se uno dei due componenti comincia a “zoppicare”, allora possono essere guai.

1.1) Il calcestruzzo e i suoi mali
Il calcestruzzo, che può essere visto come una specie di pietra, se pure assemblata artificialmente, soffre di tutta una serie di “acciacchi”, sia tipici delle masse lapidee che suoi propri e speciali:

A – cicli di Gelo-Disgelo; d’inverno l’acqua contenuta nei pori del calcestruzzo può gelare, con un discreto aumento di volume (9% circa); il ripetersi di questi cicli produce fessurazioni e lesioni di vario grado, dal semplice scrostamento superficiale fino alla disgregazione più o meno ampia;
B – Dilavamento; le acque di durezza (contenuto di Calcio) molto bassa tendono a “sciogliere” il calcestruzzo, innescando una sorta di soluzione con precedenza alla sua parte calcarea;
C – Attacco Solfatico; se il calcestruzzo viene a contatto con acque o terreni contenti solfati, questi, penetrando nel calcestruzzo possono dare luogo a reazioni chimiche il cui risultato provoca un effetto espansivo, con una forte azione disgregatrice;
E non basta, ci sarebbero ancora da enumerare la reazione degli Alcali aggregati, l’effetto dell’aeresol o del bagnamento marino, l’effetto delle radiazioni, ecc.
Per fortuna tutti questi mali tremendi non hanno, di solito, un effetto così drammatico sulla comune casa di abitazione, soprattutto in città climaticamente equilibrate come Roma. In via generica infatti questi meccanismi sono tipici di ambienti estremi o speciali; prossimità della battigia, alta montagna, stabilimenti industriali….

1.2) il male oscuro: la Carbonatazione.
Tutti quanti noi viviamo immersi nell’aria, non possiamo certo farne a meno, ci stiamo noi e la nostra famiglia; ci stanno dentro le nostre cose; la macchina, il computer, il divano…. e la nostra casa. E’ un fatto ineluttabile.
Nell’aria, oltre ad un gas assai utile come l’ossigeno, uno pressoché inerte come l’elio più tracce di altri gas dallo strano none, ce ne sono due che per la nostra trattazione sono particolarmente interessanti:

Il gas di Anidride Carbonica

2)Il gas formato dal vapore d’acqua
La presenza del primo è sempiterna, in un ambiente naturale – diciamo in aperta campagna – ha un tenore dello 0,04%; in ambiente urbano invece raggiunge lo 0,2% , e dicono che tenda ad aumentare.
Il secondo è più variabile; lo si misura di solito in valore di umidità relativa, ovvero quanto si è vicini al limite massimo che quell’aria – a quella temperatura – riesce a contenere in forma di gas.
In ambiente esterno questo numero percentuale può variare molto; di norma all’interno delle case oscilla attorno al 50% con una temperatura sui 20 C° (siamo proprio noi a ricercare questa condizione, poiché è quella in cui viviamo meglio).
Pur variabile questo gas è anche esso comunque sempre presente.
Quello che ora ci interessa di più è il primo, l’anidride carbonica.

Quando questo gas viene a contatto con il calcestruzzo, che di fatto è una sorta di spugna solida, tende (come tutti i gas) a penetrarlo, attraverso i suoi pori e micropori. Non si limita però a questa sola azione, la sua presenza effettua anche dei cambiamenti chimici all’interno del conglomerato.
Il calcestruzzo ha un comportamento essenzialmente basico; l’acqua che è sempre presente nei suoi pori ha infatti – inizialmente – un Ph compreso tra 13 e 14. Dopo un po’ di tempo che agisce l’anidride carbonica il Ph cambia, si abbassa e si sposta verso la neutralità, attorno al valore di 7-8.
E allora? Che succede al Calcestruzzo in questa nuova situazione?
Risposta: al calcestruzzo quasi un bel niente. Addirittura, in alcuni casi si riduce la porosità ed aumenta un po’ la resistenza!

Ma allora qual’è il motivo di tutta questa pappardella?
Fatto sta che il problema non è nel calcestruzzo.

3) Il ferro ed il suo male, affatto oscuro
Non so se ci avete mai fatto caso, ma il ferro tende ad arrugginire!
Se lasciate un bel pezzo di ferro, diciamo un pezzo di tubo non zincato, né verniciato sul balcone di casa vostra, dopo un po’ lo trovate ricoperto di una bella patina di colore rossiccio che tende a sfogliarsi.
Dopo altro tempo il ferro non lo si vede neanche più, tanto è aumentata questa crosta – ed anzi, il pezzo di ferro sembra aumentato di volume.
Dopo un altro po’ il ferro non lo trovate proprio più, sostituito da un ammasso di quella ossidazione granulosa.
Insomma se lo lasci li, dopo molto tempo non resta più nulla.
A parte le banalità è’ molto più interessante chiedersi allora cosa NON faccia arrugginire il ferro: una delle cose migliori sembra quella di proteggerlo con un rivestimento di tipo alcalino (ovvero basico).

Se il metallo ferro giace in un ambiente con Ph superiore a 11,5 al di sopra della sua superficie si crea un sottile velo di ossido, e poi nulla più: questo stesso velo funge da protezione e la velocità di corrosione è praticamente nulla e solo per notizia diciamo che la maggior parte degli antiruggine si basa su questo principio.
Se invece il ph scende, il velo protettivo va a farsi benedire, e la corrosione incalza.
Ecco spiegato l’effetto nefasto della carbonatazione sul calcestruzzo; non è lui – il calcestruzzo – ad ammalarsi, è il ferro che contiene che ne subisce le conseguenze.

Ricapitolando: si fa il getto di calcestruzzo allo stato fluido, questo si asciuga e si consolida, si completa l’edificio e lo si abita, per anni ed anni; in tutto questo lasso di tempo l’anidride carbonica permea lo strato più superficiale del calcestruzzo, ne fa lentamente variare il ph a profondità sempre maggiori, fino a raggiungere la zona dove sono situati i ferri di armatura. Da questo problema nasce l’importanza che i ferri posti ad armatura del calcestruzzo siano ricoperti da un congruo spessore di questo – detto appunto “copriferro” – e che lo stesso abbia una natura compatta, non porosa, non attraversata da lesioni e fessure. Purtroppo ciò accade molto di rado.
Quando tutto va bene, cioè se il Cemento armato è stato realizzato con tutti i crismi (giusto rapporto Acqua/cemento, opportuna granulometria degli inerti, disarmo non frettoloso, opportuno spessore di copriferro etc) questo fenomeno è abbastanza lento, si usa dire 50 anni 1 .
Se invece – e pare proprio sia la maggior parte dei casi – il costruttore ha allungato il “brodo” (cioè ha realizzato un getto con maggiore percentuale di acqua, poiché essendo più fluido è più facile da gettare), ha malamente messo i ferri ovvero li ha posti a contatto con la cassaforma, non ha mai bagnato le casseforme, ha disarmato dopo pochi giorni ed ovviamente vi ha subito caricato il solaio superiore in costruzione… i tempi si accorciano.

4) Scherzi della carbonatazione e della corrosione
Ma allora!?! Casa mia, che ha circa 40 anni sta per cascare!?!?
Per fortuna no, o almeno, nella maggior parte di casi non ancora.
Ecco che entra in gioco il secondo gas del nostro ambiente: il vapore acqueo; che come è facile immaginare ha effetti negativi, ma che sorprendentemente ne ha anche di positivi.
Ricordate il nostro pezzo di tubo messo sul balcone? beh, se vi eravate dimenticati un pezzo di tubo del tutto identico dentro un cassetto.. lo andate a cercare e – bellissima sorpresa, è praticamente intatto. Con appena un po’ di velo.
Detta in termini un po’ più scientifici: al di sotto di valori di umidità relativa dell’atmosfera del 60 – 70% – ed in assenza di altri fattori – la velocità di corrosione è praticamente trascurabile.
Insomma, il ferro del calcestruzzo di casa se pure non era protetto (sverniciato), per fortuna stava all’asciutto.

E per i pilastri e le travi vicine alla facciata?!
Bisogna dire che la carbonatazione (cioè la causa di innesco, non corrosione vera e propria) in presenza di acqua fa strani scherzi.

Sta il fatto che se la superficie del calcestruzzo è bagnata l’acqua che si infila dentro le cavillature in qualche modo fa da “ostacolo” alla penetrazione dell’anidride carbonica, tanto che strutture sottoposte a frequenti periodi di bagnatura risultano, alla fine, meno carbonatate di quelle rimaste più asciutte.

Insomma i pilastri, le travi e le pareti di calcestruzzo bagnate risultano di solito, e la cosa va un po’ contro il comune senso logico, meno carbonatati di quelle rimaste all’asciutto.