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Umidità negli scantinati

Edilizia - Pubblicato da Giorgia Manieri - Nessun commento

È quasi una costante quella di avere umidità nei piani interrati o sui muri contro terra. Ciò è dovuto, generalmente, a problemi intervenuti con il tempo o, più raramente, a errata valutazione  in fase di costruzione. Analizziamo questi casi e le possibili soluzioni.

Tralasciando i rari casi in cui la presenza di una falda acquifera provoca, con le sue periodiche variazioni di livello stagionali (di norma l’inverno aumentano di portata, mentre d’estate diminuiscono) dannose aggressioni di acqua per risalita; le più frequenti cause della presenza di muri umidi negli scantinati sono dovute principalmente a perdite diffuse o localizzate dagli impianti di smaltimento delle acque nere (fognature) e, in misura inferiore, da carenze nelle protezioni (impermeabilizzazioni) dei muri esterni perimetrali controterra.

LE RETI FOGNARIE
Negli ultimi anni si sono notevolmente incrementati gli interventi volti alla riparazione, e ancor più spesso alla completa sostituzione, delle reti di smaltimento delle acque reflue degli edifici, rese inefficaci a volte da parziali ostruzioni, causate dai più eterogenei materiali, ma molto più frequentemente dal progressivo degrado dovuto al naturale deterioramento dei suoi singoli componenti. Ciò è per buona parte prodotto dall’aggressione che subisce il cemento, di cui sono normalmente costituiti i condotti di collegamento e i pozzetti di raccordo, in quanto questo è un materiale poco adatto a sopportare l’aggressione degli attuali prodotti chimici di normale utilizzo, come detersivi e solventi, i quali, quotidianamente usati, spesso alle temperature elevate prodotte dai moderni elettrodomestici, corrodono progressivamente ma inesorabilmente sia le pareti delle condotte che le malte utilizzate per le connessioni delle varie parti che le compongono.
Se nelle reti costituite da tubazioni prefabbricate il risultato è spesso la corrosione della parte più bassa dei cilindri in cemento e tra le giunture dei vari componenti, ben più grave è quando ci troviamo in presenza di reti ancora più antiche come quelle a “cappuccina”, formate da soli mattoni con coperture a voltina o a tetto, che, per le ragioni anzidette ma soprattutto per i lunghi tempi di esercizio trascorsi, sono spesso totalmente degradate e quindi non più in condizione di assicurare la corretta evacuazione delle acque nere degli edifici, se non in taluni casi addirittura collassate con il risultato della ostruzione parziale o totale della condotta stessa.

In ogni caso è imperativo non trascurare queste situazioni in quanto l’acqua se non correttamente canalizzata, oltre a permeare il sottosuolo e le strutture alla base dell’edificio, (come cantine, appartamenti interrati, box, ecc.) e di conseguenza inquinare  con il deposito nel terreno dei prodotti in essa contenuti (liquami, detersivi, ecc.), si può trovare delle vie preferenziali di evacuazione e spesso, trascinando ogni giorno in questo nuovo percorso piccole quantità di terreno, con gli anni può dar luogo a dei vuoti che da limitati possono diventare anche consistenti, tanto da generare autentici dissesti statici con conseguenze anche molto gravi per i sovrastanti fabbricati.
Da quanto sopra ne consegue che, se in un condominio si riscontrano simili problemi, ovvero si riscontrasse un aumento della umidità sui muri, oppure un affioramento di umidità sulle pavimentazioni (per accertarsi se le acque presenti negli scantinati siano nere possono tornare utili appositi test reagenti ai sali nitrati, derivati cioè da composti organici azotati), va subito eseguita una completa videoispezione della rete fognaria orizzontale ed ovviamente riparato quanto eventualmente trovato danneggiato oppure, nel caso peggiore, sostituita integralmente l’intera rete fognante.

Dagli anni settanta ad oggi per le relative sostituzioni, sia integrali che parziali, viene utilizzato il PVC pesante, (policloruro di vinile), non conduttore ed in pratica inattaccabile dagli acidi, che presenta per di più, quali ulteriori vantaggi, un prezzo contenuto e la sicurezza della relativa messa in opera in ragione della  versatilità, leggerezza e duttilità dei vari componenti.
Mentre infatti per i tubi in cemento si hanno sempre più spesso cedimenti e disassamenti legati alla rigidità del materiale, per il PVC le tratte sono molto più lunghe, (possono arrivare a 6 metri), i vari “pezzi” adottano come elemento stagno una guarnizione “o-ring” e quindi sopportano dilatazioni longitudinali fino a 4 cm, (in funzione del loro diametro), le varie giunzioni ai pozzetti poi vengono eseguite con appositi collanti ed infine sono anche facilmente riparabili in caso di rottura.

Altra importante causa di degrado negli interrati è legata alla presenza di umidità proveniente dai muri controterra sprovvisti dell’intercapedine perimetrale attorno all’edificio e, qualora esista, soprattutto alla sua funzionalità.
L’intercapedine è in sostanza un distacco tra il muro perimetrale interno che delimita la parte interrata dell’edificio ed un muro controterra esterno (che per sua natura è pregno d’acqua perché a contatto con il retrostante terreno umido) che protegge i vari ambienti dall’aggressione dell’acqua.
Spesso qualche costruttore “furbetto,” per risparmiare, evita questa seconda muratura esterna, lasciando gli interrati esposti controterra al solo muro perimetrale con il risultato, nel corso degli anni e in special modo se vi è scarsa ventilazione, di non avere ambienti sufficientemente asciutti e conseguentemente salubri in quanto invasi da sgradevoli e maleodoranti muffe; evento fastidioso in box e cantine, ma addirittura deleterio se detti ambienti vengono poi destinati, come spesso accade, ad abitazioni.

Le intercapedini inoltre, anche se esistenti, presentano spesso difetti o ab origine o, più spesso, intervenuti nel tempo come, più frequente tra tutti, una nulla o scarsa ventilazione all’interno delle stesse.
Una energica ventilazione è infatti fondamentale per salvaguardare in genere tutte le cubature interrate, in quanto permette “l’asciugatura” dei muri perimetrali interni, per scambio di aria umida con l’aria più secca proveniente dall’esterno.
Per esaltarne la funzionalità e salvaguardare gli ambienti interrati occorre quindi favorire quanto più possibile questo processo ripristinando o creando una opportuna ventilazione attraverso quante più possibili prese d’aria esterne, ad esempio, apponendo delle griglie al colmo delle intercapedini (un buon rapporto di ventilazione è un metro quadro di grigliato ogni cinque metri quadri chiusi), tenendo presente che se le intercapedini non sono provviste di sistemi di smaltimento delle acque meteoriche, che quindi sarebbero veicolate all’interno attraverso le griglie, le stesse potrebbero essere protette da opportune panche in muratura e travertino onde evitare l’accesso dell’acqua piovana.

Altro difetto spesse volte riscontrato è l’applicazione di intonaco cementizio o addirittura l’impermeabilizzazione con guaine poste sulla muratura in elevazione dell’edificio, (opposta al muro controterra umido), che impedendo l’evaporazione verso la stessa intercapedine ne vanifica la funzionalità, contribuendo in modo notevole all’innalzamento delle altezze dell’acqua pescata per capillarità.
Ventilare e permettere la traspirabilità e l’evaporazione dei muri perimetrali interni è come visto la prima operazione per una corretta manutenzione degli interrati, (ovviamente dopo aver riparato eventuali tubazioni o pluviali o rete di smaltimento delle acque nere in perdita), tuttavia è anche consigliabile un incremento della ventilazione nelle stesse cantine interne, ove possibile, sia incrementando le prese d’aria con l’esterno e sia ponendole in comunicazione tra loro tramite piccole griglie tra le pareti e multiforature nelle porte di accesso, in alto ed in basso.
Va ricordato infine che, in caso di dispersioni diffuse o localizzate, ogni ripulitura che si voglia effettuare è destinata, come ovvio, ad una effimera durata se prima non viene interrotto il continuo apporto d’acqua nelle murature e che in ogni caso vanno assolutamente evitate finiture NON TRASPIRANTI come quarzi plastici, tinte lavabili, ecc. ma utilizzate solo tinte TRASPIRANTI, quali le tempere, le calci (che hanno anche l’indubbio vantaggio di disinfettare), i silicati di calcio o i più recenti silossani.

Per ultimo dovrà essere attentamente valutata la presenza esterna di zoccolature in materiale lapideo (es. travertino, peperino, ecc.) o ricoperte da materiali filmogeni (es. quarzi plastici, ecc.), le quali tutte impedendo una normale traspirazione delle parti basse perimetrali dell’edificio possono, in casi particolari, essere addirittura controproducenti provocando l’innalzamento dei livelli di risalita dell’acqua per capillarità, costringendoci spesso a consigliare, ai fini di un serio risanamento, l’asportazione a fuoco delle tinte filmogene e la sostituzione dei materiali lapidei con intonaci evaporanti che, dati a spessore e opportunamente tinteggiati con tinte traspiranti, possono rendere gli stessi effetti estetici.

 

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