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Filosofia del restauro

Edilizia - Pubblicato da Giorgia Manieri - Nessun commento

Il termine restauro è, forse, una delle accezioni più generiche e maggiormente abusate dei nostri tempi.
A leggere i vari dizionari italiani, sembrerebbe significasse solo il ripristinare un’opera, farla tornare allo stato quo-ante, ricostituendone le parti deteriorate e i colori. Ma ciò appare superficiale e poco esaustivo in rapporto alla cultura della conservazione che vige, in particolare modo, nei Paesi di antica tradizione.

Restaurare un bene, nel nostro intimo, non è solo ripristinarlo alla sua primitiva funzionalità, ma più genericamente, alla sua funzionalità, che non può escludere quella dettata  dalla attuale esigenza e dall’uso corrente che si può fare di detto bene. Allora, restaurare non  è più solo ripristinare o conservare ma anche adeguare e, ove necessario, modificare, per rendere costantemente fruibile il bene in questione.

Per poterci avvicinare maggiormente al nocciolo del problema, bisogna fare un’altra considerazione.
Un bene è tale e resta tale, se è utilizzato. Tutte le grandi opere del passato: monumenti, chiese, palazzi storici, piazze, sculture, pitture; sono giunte ai nostri giorni solo se e quando sono stati utilizzati. Infatti, laddove un palazzo, un luogo di culto, un’area, abbia perso il suo quotidiano uso da parte dell’uomo, oppure una statua o un dipinto abbia perso l’interesse di questo, le stesse sono scadute fino alla loro parziale o totale rovina. E’ l’uso, quindi, che conserva le cose, poiché in esso è racchiuso l’interesse che abbiamo per loro. E questo, a pensarci bene, è quasi un assurdo poiché, anziché conservarsi meglio laddove l’uomo non le utilizza e quindi non le consuma, vivono di più quando praticate, vissute, adoperate, quasi che l’uomo con la sua assidua presenza, gli trasferisse una parte della sua stessa vita conferendogli una sorta di forza sostenitrice.

Ma è un fatto che, con il passare degli anni, dei secoli, dei millenni, con il cambiamento delle esigenze dell’uomo, varia anche l’uso che si può fare dello stesso bene. Ciò comporta che, al fine di conservare l’interesse a detto utilizzo, il bene stesso deve essere periodicamente adeguato alle nuove esigenze, le quali via via, vanno mutando. Solo a questa condizione il bene continuerà ad avere un interesse per il fruitore e quindi, egli stesso avrà interesse a conservarlo, dando così modo ai posteri di trovarlo tanto in buono stato da indurli a utilizzarlo a loro volta e quindi, a conservarlo ancora .
Ecco che in questa sorta di moto perpetuo, il concetto di modificazione del bene, quando naturalmente utilizzato cum grano salis, assume  un aspetto essenzialmente conservativo.
Ma ciò non basta.

Un’opera d’arte, ovvero un bene importante, di pregio, di valore, è tale in quanto noi gli riconosciamo tanta importanza, pregio o valore.
Il bene quindi, di per se, non ha  e non può avere alcun valore intrinseco, se non solo quello che il nostro riconoscimento gli attribuisce. E per dirla con un concetto commercialmente moderno, un bene vale tanto quanto siamo disposti a pagarlo. Ovvero, se non siamo disposti a pagarlo, non vale nulla.
A questo punto sembrerebbe chiaro che cosa è il restauro. E’, o meglio dovrebbe essere, quell’opera che siamo pronti a fare per  migliorare (dal punto di vista architettonico e dell’utilizzo) il bene in questione, al fine di usarlo sempre meglio.
Ma non è così, ovvero, non può essere solo questo.
L’atto di restaurare per conservare, deve essere considerato come il segno del nostro intimo legame con il passato, forse, per mezzo di esso, ci sentiamo un anello della catena che si srotola nel tempo interminabile, con continuità ininterrotta. Essere parte e partecipi di questo tempo; è, in qualche modo, contribuire alla conservazione della storia, piccola o grande, comunque storia; è sentirsi legati al nostro passato, alle cose fatte da altri che sentiamo nostri avi, e al futuro, nella speranza di rimanere a convivere in qualche modo con quell’oggetto, quelle pietre restaurate, anche dopo la nostra materiale morte. E’ sapere che mani oggi inesistenti toccheranno la nostra opera, che occhi ne godranno, che intelletti si stupiranno ancora nel rimirarla.

Quindi, principalmente, è un atto d’amore che azzarderei a definire quasi narcisistico. Perché donare se stessi (sotto qualunque forma; l’esecuzione materiale dell’opera – la dedizione – il danaro) al fine di ridare primigenia bellezza ad un qualcosa, ancorché spinti dall’interesse dell’uso, resta una volontà che nuove dal nostro inconscio, e prova ne è, che al fine tendiamo a riconoscerci in essa, a compiacerci e a vantarci, dell’opera eseguita o fatta eseguire.

Cosa c’è allora dentro di noi che ci spinge a questo restauro, che ci fa sentire soddisfatti di aver faticato, speso danaro, tribolato a volte, per donare nuova bellezza ad un oggetto, ad una costruzione?

Può essere solo un sentimento inconscio di conservazione che estendiamo, non solo a noi stessi, bensì a tutto ciò che ci circonda, incontrollato e incontrollabile, presente da sempre nel DNA degli uomini, ereditato e trasmesso al di là delle nostre stesse volontà, dei tempi, delle evoluzioni.
Ed è l’amore per il bello che Platone cantava, è la gioia che appaga lo spirito illudendoci di felicità, è, forse, un modo per sentirci più vicini a Dio.

 

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