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Gli isolamenti termici

Edilizia - Pubblicato da Giorgia Manieri - 1 Commento

Come ottenere ambienti salubri e un habitat confortevole con pochi ma esenziali lavori di adeguamento, conformandosi alle normative in vigore e risparmiando, nel tempo, tanti soldi, un modo infine per aiutare l’ambiente, risparmiando sulle fonti energetiche per scaldare o rinfrescare casa.

Lo sanno tutti, il problema più grande non è tanto riscaldare e raffreddare, poiché per ottenere ciò sono sufficienti gli ordinari impianti (caldaie e condizionatori) presenti in abbondanza sul mercato, ma mantenere nel tempo il riscaldamento e il raffreddamento degli ambienti interessati. Sanno tutti altresì che, un habitat confortevole non è dato da un ambiente caldo o freddo, ma a temperatura costante, senza sbalzi termici nell’arco delle 24 ore, senza differenze termiche tra area a soffitto e a pavimento, senza ambienti contigui a diverse temperature, senza correnti d’aria interne di ricircolo. Facile a dirsi ma non ad attuarsi, poiché le nostre abitazioni in particolare, ma anche i locali di lavoro, non sono pensati, progettati e prodotti, per ottenere questi risultati, se non in casi particolari, quando si parla di opere realizzate in tempi molto recenti e da progettisti particolarmente preparati ed attenti, oltre che realizzati da imprenditori che non hanno voluto badare a spese. Come dire che il 99,99% delle nostre abitazioni e il 95% dei nostri uffici, non rispondono ai requisiti del vivere confortevole.
Dunque, per ottenere il cosiddetto confort abitativo, è essenziale che gli ambienti siano, non solo climatizzati a temperatura costante, ma che non disperdano (o meglio, che disperdano il meno possibile) all’esterno la loro temperatura. Ciò sia per non generare zone più fredde o più calde (a seconda dei casi) tra le pareti confinanti con l’esterno e quelle divisorie di altri ambienti, sia per ridurre al massimo gli inutili consumi di energia derivanti da dette dispersioni.
Per ottenere ciò, da tempo la Legge ci viene in aiuto obbligando: i progettisti a prevedere gli isolamenti termici, i costruttori a realizzarli e i collaudatori a certificarli, ma sembra proprio che tutto ciò non basti, considerato che “l’italiano è un popolo di … inventori”.

In vero, quello di cui non ci si vuole rendere conto, è il fatto che la spesa per l’isolamento termico si fa una sola volta (se questo è ben realizzato) nella vita dell’immobile, mentre quella per produrre caldo e freddo in eccedenza, che poi viene disperso all’esterno, è “vita natural durante!” dovrebbe bastare solo questa logica e banale considerazione per far realizzare edifici a norma di Legge, peccato che il conflitto di interessi si impernia sulla diversità di “tasca”. Infatti, mentre la realizzazione degli isolamenti termici sono a carico del costruttore, la spesa per la futura, perenne, climatizzazione è a carico dell’acquirente.
Fatte queste doverose quanto ovvie considerazioni, al povero proprietario di casa non resta che rimboccarsi le maniche e valutare di effettuarsi in proprio le opere di isolamento termico necessarie a ridurre al minimo le dispersioni dei propri ambienti. Vediamo quindi cosa, nei vari casi, bisognerebbe fare.

IL PROGETTO
Lo so, noi italiani siamo tutti tecnici o, nella migliore delle ipotesi, abbiamo un parente o un amico di un parente che, o è tecnico o è muratore, è per questo che in genere consideriamo soldi buttati quelli pagati a chi ci mette a disposizione la sua esperienza e capacità professionale. Però, scusate, ma da tecnico non posso esimermi dal far notare che un buon lavoro non può prescindere da un buon progetto.
Il primo problema è quello di valutare le dispersioni termiche degli ambienti che ci interessano, e considerato che, di norma, nessuno sa con precisione come e di che cosa sono fatte le murature ed i solai della nostra costruzione (lo possiamo solo presumere, sulla base dell’esperienza, con buona approssimazione), è opportuno conoscere la loro capacità isolativa al fine di progettare il sistema più idoneo per ridurre al massimo i punti di dispersione, stando bene attenti a non eccedere per evitare quello che in gergo si chiama “effetto piscina”. Per fare ciò potrebbe essere necessario effettuare una spettrografia delle superfici esterne, che poi non è altro che una fotografia fatta, in genere di notte, con una apposita macchia a raggi infrarossi.
Da queste foto si ricaveranno i dati tecnici per calcolare come, dove e quanto isolare al fine di uniformare le dispersioni ed evitare i così detti “ponti termici” che, per intenderci, sono quelle aree, generalmente corrispondenti a travi e pilastri in c.a. o altro, che fanno innescare il processo delle muffe interne. Con questa metodologia, poco costosa, il nostro tecnico ci progetterà il tipo di materiale più idoneo e come meglio inserirlo nell’involucro dell’immobile, onde ottenere il miglior risultato al minor costo e, ad opera finita, con il minor impatto visivo. Naturalmente le finestrature non saranno esenti da detto progetto che dovrà, gioco forza prevederne la sostituzione, essendo queste, di norma, realizzate in modo approssimativo e con materiali e tecnologie solo apparentemente buone o rispondenti alle vere esigenze per le quali dovevano essere realizzate.

Prima di addentrarci però nel dettaglio delle spiegazioni delle varie casistiche e metodologie, è opportuno rammentare un detto che tutti gli addetti ai lavori conoscono: “gli isolamenti termici si misurano in centimetri”. Sembra banale ma è il caso di spiegare cosa significa. Spesso troviamo nei negozi di ferramenta o carte da parati, dei bei pannellini (in genere di dimensioni cm. 50 x 50) stampati in Polistirolo di varie fogge, di spessore UN centimetro. Questi pannelli che chiunque può acquistare a modico prezzo ed incollare al soffitto delle proprie camere, danno un isolamento termico che è tendente al nulla. Infatti, per ottenere un abbattimento significativo del K termico è, in genere, necessario uno spessore di circa 3 – 4 (e in casi particolari) 5 centimetri di materiali tipo Polistirene o similari, che peraltro hanno una vita certificata di almeno 50 anni. Stare al di sotto di questi spessori minimi significa solo illudersi di aver isolato.

LE PARETI
Ci sono varie tecniche per isolare le pareti verticali:
1. dall’interno con pannelli parete,
2. nelle “casse vuote” delle murature con insufflaggio,
3. dall’esterno con il “cappotto”
4. dall’esterno con le pareti ventilate.

– La prima tipologia prevede dei pannelli prefabbricati a sandwich composti da un pannello estruso di 3 – 4 cm. incollato ad un pannello di cartongesso da 1 cm. circa. Di dimensioni circa mt. 1,20 x 2,80, questi pannelli si fissano con appositi tasselli a rivestimento dell’intera superficie confinante con l’esterno. Stuccati poi nella giunzione tra pannello e pannello, possono essere in seguito tinteggiati o rivestiti come una qualsiasi parete, senza alcun problema tecnico di particolare rilievo. Il costo è molto contenuto, l’ingombro è irrisorio e il risultato finale ottimo, poiché abbatte non solo le dispersioni, ma elimina i famigerati ponti termici nelle aree interessate.

– Il secondo sistema è ormai in disuso, ma si attuava effettuando dei fori alla muratura, attraverso i quali si iniettava con una apposita pompa, una schiuma artificiale che aveva un effetto espansivo nella sua fase di asciugamento. Detto materiale, derivato come quasi tutti dai residui di lavorazione del petrolio, aveva due handicap: nel tempo (circa 15 – 20 anni) sublimava, ovvero tendeva a ritornare alla sua condizione originale e quindi si riduceva notevolmente di volume; il secondo, essendo un riempitivo delle sole parti vuote poste all’interno delle due fodere di muratura (esterna – interna) costituenti la “cassa vuota” della parete, lasciava indenni i ponti termici in corrispondenza delle zone piene di travi e pilastri, aggravandone anzi l’effetto, poiché proprio per l’effetto isolante si aumentava lo sbalzo termico tra area isolata e area non isolata.

– La terza modalità in genere si attua su interi fabbricati e non su parte di essi, come può essere il singolo appartamento. Il così detto rivestimento a cappotto non è altro che una placcatura di tutta la superficie esterna del fabbricato effettuata con pannelli isolanti, fissati alle facciate con idonei sistemi di ancoraggio (che variano a seconda della tecnologia utilizzata) e a sua volta rivestita con i materiali da esterno più vari come: intonaco armato e tinteggiato, rivestimento lapideo o metallico, ecc. i costi non sono di per sè eccessivi, solo se l’opera viene eseguita nell’ambito di una più completa ristrutturazione, poiché altrimenti i costi delle opere provvisionali necessarie all’esecuzione del lavoro (ponteggi), inciderebbero in modo eccessivo.
Questo tipo di isolamento termico verticale, per rapporto resa/prezzo, si può ritenere il migliore in assoluto, anche se i condominii non lo hanno ancora scoperto, continuando ad eseguire opere di manutenzione esterna, senza porsi il problema del contenimento energetico. Soprattutto in questi casi il consiglio tecnico sarebbe determinante, poiché metterebbe in evidenza: da una parte gli sprechi dovuti alle enormi dispersioni termiche delle facciate dello stabile, e dall’altra il risparmio, costante nel tempo per tutta la durata della vita dell’immobile, attuato per effetto del contenimento delle dispersioni.
Su questo capitolo è doveroso solo aggiungere che il risultato raggiungibile con un isolamento a cappotto, non solo riduce i costi di riscaldamento del 20 – 30%, ma aumenta in modo esponenziale il confort interno di tutti gli ambienti, comunque siano esposti. Infatti quelli esposti a SUD saranno più freschi d’estate, mentre quelli esposti a NORD saranno più caldi d’inverno, ovvero, tutte le esposizioni non soffriranno più di fastidiosi sbalzi termici qualunque sia la stagione o l’ora del giorno e della notte.

– Ultimo, solo in ordine cronologico, è il sistema delle pareti ventilate che sono maggiormente utilizzate sugli edifici ad uso ufficio. Questi sistemi, abbastanza costosi, permettono non solo di isolare le murature del fabbricato ma, attraverso un condotto di ventilazione creato artificialmente tra il paramento esterno (che di norma è in pennellature di metallo o vetro) e la retrostante parete propriamente detta, si può regolare la temperatura interna degli ambienti, attraverso il riscaldamento per mezzo del sole o il raffreddamento naturale dell’aria che vi transita dal basso verso l’alto o viceversa, per convezione naturale, ottenendo così, gratuitamente, una base di climatizzazione interna che, all’occorrenza, può essere integrata dai soliti sistemi di riscaldamento o raffrescamento.

I SOFFITTI
Tema scottante (il termine è calzante, visto che il pavimento di un terrazzo di copertura in gress rosso, d’estate, può arrivare a temperature prossime a 60° – 70°) è quello dell’isolamento termico dei soffitti, come ben sanno tutti coloro che abitano ai piani attici.
Diciamo subito che un buon isolamento termico del solaio di copertura stabilizza la temperatura interna dell’alloggio di 5°, ovvero, d’estate ci saranno 5° in meno e di inverno 5° in più, a parità di riscaldamento, e incredibile ma vero, con un buon isolamento termico della copertura e a parità di temperatura con lo stesso periodo di riscaldamento sprovvisto di isolamento termico, il risparmio nei consumi di gasolio o gas metano, arriva agevolmente al 20%. A questo proposito è opportuno far notare che, in un fabbricato tradizionale,la dispersione di calore che avviene attraverso le pareti, i soffitti e gli infissi, è pari al 70 – 80 % dell’energia prodotta, come a dire che, se il fabbricato fosse correttamente isolato, il risparmio nei costi del carburante o dell’energia elettrica necessaria per scaldare-rinfrescare, sarebbe pari al 70 – 80 %, il che fa valutare facilmente che al primo anno il costo del materiale isolante si è già recuperato e, al massimo, nei due anni successivi, anche quello della relativa posa in opera. Vi è da meditare su ciò! Senza contare il ritorno benefico sull’ambiente della diminuzione di gas nocivi.

Basterebbero già solo questi dati per far comprendere a tutti i condominii che isolare l’ultimo piano dello stabile è convenienza di tutti e non solo degli abitanti degli attici.

Ci sono essenzialmente due modi di effettuare quest’opera:
1. isolare da sopra,
2. isolare da sotto.

– Nel primo caso il lavoro si può effettuare a sua volta in due modi:
a. con isolamento termico posto al di sotto della pavimentazione,
b. con isolamento termico posto al di sopra della pavimentazione.

Le differenze sono sostanziali più sui costi che sul risultato finale. Infatti nella prima ipotesi si dovrà demolire la pavimentazione esistente ed il suo sottofondo, posare in opera l’isolamento termico, che potrà essere composto preferibilmente da materiale estruso e imputriscibile, di spessore cm. 5, o espanso con densità almeno 80 (ovvero, 80 kg/mc), dovendo essere pedonabile, quindi ricostruire la pavimentazione sovrastante su apposito massetto di allettamento, che avrà la funzione di protezione e pedonabilità. Questo tipo di lavoro, di norma, è scelto allorquando vi sono problemi di infiltrazione di acqua dalla copertura per il deterioramento della impermeabilizzazione posta sotto la pavimentazione. In questo caso, comunque, bisogna demolire la pavimentazione per arrivare alla sottostante impermeabilizzazione da rifare che, di norma, è posata su un piccolo massetto posto direttamente al di sopra del solaio in c.a. in questo caso i costi di demolizione e rifacimento della pavimentazione erano comunque da sostenere e l’unica differenza da affrontare è lo strato di materiale isolante, differenza di costo irrisoria in rapporto al totale dell’opera e ancor più irrisoria se rapportata al valore aggiunto ottenuto.
Nella seconda ipotesi invece, il materiale isolante sarà semplicemente e direttamente appoggiato sopra la pavimentazione esistente e avrà quindi necessità di essere fermato e protetto. Vi è da dire che non può essere incollato, poiché la pavimentazione di un qualunque terrazzo è posata con apposite pendenze atte a far defluire l’acqua piovana e che un eventuale incollaggio di materiale sovrapposto, provocherebbe difficoltà di scorrimento dell’acqua stessa con pericolosi ristagni. Inoltre tutti i materiali isolanti non sono direttamente pedonabili, anche se possono sopportare i carichi di una pedonabilità. Vi è quindi la necessità di coprirli e questa operazione può essere effettuata con almeno due modalità: coprendo l’isolamento con uno strato (cm 8 -10) di ghiaia di pezzatura media; o sovrapponendo un così detto “pavimento galleggiante”.

La prima modalità è relativamente costosa ed ha più vantaggi: quello di essere facilmente rimossa e risistemata in caso di interventi; quella di essere drenante; quella di essere “ventilata” e quindi di collaborare ad isolare. La seconda è, al contrario, discretamente costosa e si tratta di apposite pavimentazioni posate su distanziatori regolabili a loro volta appoggiati sul pavimento esistente, creando così una zona vuota al di sotto della quale può essere posato di tutto. Infatti queste sono le pavimentazioni preferite dagli uffici moderni e dalle banche, che sfruttano l’area sottostante per far scorrere le tubazioni e gli impianti che, all’occorrenza, sono facilmente accessibili rimuovendo e riposando parte dei mattoni, senza dover effettuare opere distruttive.
Isolare dal di sotto, invece, significa effettuare quello che tutti conoscono come “controsoffitto”.
Ci sono più modalità per effettuare questa lavorazione,ottenendo diversi risultati dal punto di vista della resa finale:
Pannello isolante placcato in gesso, posto direttamente a soffitto.
Pannello isolante con sottostante controsoffittatura su intelaiatura metallica in cartongesso.
Pannello isolante con sottostante controsoffittatura su intelaiatura metallica e pannellini rimovibili in materiale vario.
Il primo sistema è poco utilizzato perché, se pure ha un ingombro a soffitto di soli 4 – 5 cm., può avere difficoltà di applicazione, poiché i pannelli sono pesanti e il solo montaggio con viti e tasselli può risultare, nel tempo, precario. Inoltre non lascia spazio per il passaggio di eventuali impianti.

Il secondo sistema è il più usato nella civile abitazione, perché coniuga bene risultato termico, tecnico, architettonico e costi. Con uno spessore minimo di cm. 10, si può ottenere un ottimo isolamento termico,: pannello isolante di 3 – 4 cm. direttamente montato a soffitto, una camera d’aria di 3- 5- cm. nella quale possono trovare alloggio le tubazioni per gli impianti elettrici e una finitura a vista, con pannello in cartongesso di c. 1,5 circa, fissato su intelaiatura leggera in lamiera zincata, che può essere adattata alle varie esigenze architettoniche e a contenere luci incassate o altro.
L’ultimo metodo è quello comunemente usato negli uffici, poiché alle notevoli tipologie di finiture e di fogge dei pannelli (che sono sempre certificati ignifughi, per rispettare le norme antincendi previste per i locali pubblici) aggiunge la non trascurabile possibilità di essere facilmente e manualmente smontato e rimontato, per poter accedere agli impianti (elettrici, antincendio, ventilazione), che trovano alloggiamento al suo interno.

Noi romani siamo poco abituati ai tetti a falde, poiché la situazione climatica particolarmente mite della nostra città, non richiede il tipo di copertura inclinata, con sottostante solaio di divisione o “camera a canne” necessaria invece nelle zone più fredde del NORD o più calde del SUD. Peraltro la diffusione nel dopoguerra delle strutture portanti in cemento armato, ha permesso facili realizzazioni di solai piani anche a grandi luci. Infine i terrazzi piani di copertura erano in passato molto utilizzati, non solo come lavanderie e stenditoi, ma anche come luoghi socializzazione, sia per le donne che si incontravano a fare il bucato, ma anche come luoghi di festa comune, dove nelle sere estive ci si riuniva a sentite i “45 giri” e, perché no, a ballare.
Oggi, purtroppo, le decine di migliaia di ettari di terrazzi di copertura di una città come Roma, sono pressoché abbandonati e spesso fatiscenti, ridotti come sono, solo alla mera funzione di immensi bacini di raccolta delle acque piovane che neppure vengono utilizzate, ma scaricate inutilmente nelle fognature comunali, disperdendo così una ricchezza infinita di cui prima o poi ci si renderà conto e magari ci si pentirà.

I TETTI
La nostra Italia è costituita da case, grandi o piccole che fossero, con i tetti a falde inclinate, coperte in genere da coppi in laterizio che a seconda dei luoghi assumono forme e nomi diversi: coppi alla romana; coppi e pianelle; marsigliesi; ……..; ecc.
Abbiamo detto che la funzione dei tetti era principalmente quella di costituire una camera d’aria atta a proteggere i sottostanti appartamenti dal caldo e dal freddo, e tanto intimamente gli appartamenti sottotetto sono legati alla suddetta zona vuota, che il loro uso e proprietà, di norma, è annessa al sottostante alloggio.
Non è però detto che questa camera d’aria costituita dal sottotetto sia sufficiente ad isolare al meglio, infatti se d’estate può svolgere un ruolo importante nella dispersione della calura accumulata dalla struttura di copertura che si infuoca sotto il solleone, d’inverno non assicura un sufficiente isolamento termico, poiché comunque disperde il calore raccolto dal soffitto dell’appartamento. Allora sarà bene provvedere ad isolare questa parte di casa che, come abbiamo già visto nel precedente articolo, può far aumentare o diminuire i consumi energetici del 20%.

Ci sono sostanzialmente due modi per isolare termicamente un appartamento posto sotto una copertura a falde: isolare il sottotetto; isolare il tetto propriamente detto.
Il sottotetto è di norma il più semplice su cui intervenire poiché è spesso di facile accesso, è in genere piano e, tranne che non sia costituito da una sola camera a canne, è pedonabile. In questi casi sarà sufficiente stendere su di esso un tappetino in feltro di lana si roccia avente uno spessore di almeno cm. 5-6, che è acquistabile in rotoli, per ottenere un buon risultato con una spesa contenuta, anche considerando il fatto che la mano d’opera necessaria per la posa è estremamente contenuta.
Se l’intervento è invece al tetto l’opera è decisamente più complessa e costosa, anche perché per accedere a questa parte di fabbricato, in genere, vi è la necessità di installare per tutto il perimetro delle aree di intervento, una protezione per le maestranze che spesso è costituita da in ponteggio che parte da terra. È scontato quindi che un’opera del genere viene presa in considerazione solo nei casi in cui si devono effettuare lavori di manutenzione alle facciate dello stabile e/o si deve intervenire sul tetto per problemi legati a fenomeni derivanti a grave vetustà.
In questi casi il costo delle strutture di servizio è già ammortizzato dalle opere comunque necessarie; i lavori di smontaggio del tetto erano di per sé improrogabili, di conseguenza l’aumento di costo resta solo inerente la fornitura e posa in opera degli isolamenti termici che, come abbiamo già visto nel precedente articolo di giugno, nella parte riguardante i pavimenti delle terrazze, è relativo, se visto nel contesto del totale delle opere, oltre che rapidamente recuperabile con i risparmi derivanti dai minori consumi energetici.

Le tecniche e i materiali da utilizzare per eseguire quest’opera, possono essere vari a seconda di come è costituito il tetto da isolare e un buon tecnico saprà fare un adeguato progetto esecutivo e di spesa, dopo aver preso attenta visione dello stato dei luoghi. In linea di massima, però, si può dire che un ottimo isolamento termico è raggiungibile con la posa in opera di pannelli tipo Polistirene estruso, spessore cm. 5, posti al di sopra della impermeabilizzazione e sotto la struttura di supporto e di appoggio delle tegole, affinché tra questi si costituisca una camera d’aria che permetta una ventilazione del tetto stesso, migliorando così le già buone prestazioni dell’isolamento termico.

LE PARETI
Ai fini del risparmio energetico, le pareti perimetrali non sono seconde a nessuno.
Infatti, abbiamo già visto, che da queste si disperde una gran quantità di calore che invece dovrebbe restare in esse imprigionato, per stabilizzare le zone di microclima all’interno degli alloggi e per evitare le alternanze di temperatura che, non solo rendono le case poco accoglienti, ma producono gli effetti di condensa che con il tempo portano inesorabilmente al proliferare delle muffe.

Ci sono varie tecniche per isolare le pareti verticali:
1. dall’interno con pannelli parete,
2. nelle “casse vuote” delle murature con insufflaggio (in caso di ristrutturazioni), o con la posa di pannelli isolanti (in caso di nuove costruzioni),
3. dall’esterno con il “cappotto”
4. dall’esterno con le pareti ventilate.
La prima tipologia prevede dei sandwich prefabbricati composti da un pannello estruso di 3 – 4 cm. incollato ad una lastra di cartongesso da 1 cm. circa.
Di dimensioni circa mt. 1,20 x 2,80, questi pannelli si fissano con appositi tasselli a rivestimento dell’intera superficie confinante con l’esterno. Stuccati poi nella giunzione tra pannello e pannello, possono essere in seguito tinteggiati o rivestiti come una qualsiasi parete, senza alcun problema tecnico di particolare rilievo. Il costo è molto contenuto, anche in considerazione della facilità di posa in opera, l’ingombro è irrisorio e il risultato finale molto buono, poiché abbatte non solo le dispersioni, ma elimina i famigerati ponti termici nelle aree interessate, oltre a costituire una buona barriera al rumore.

Il secondo sistema è ormai quasi in disuso, ma si attuava effettuando dei fori alla muratura, attraverso i quali si iniettava con una apposita pompa, una schiuma artificiale che aveva un effetto espansivo nella sua fase di asciugamento andando così a riempire ogni interstizio vuoto della muratura. Detto materiale, derivato come quasi tutti dai residui di lavorazione del petrolio, aveva due handicap: nel tempo (circa 10 – 20 anni) sublimava, ovvero tendeva a ritornare alla sua condizione originale e quindi si riduceva notevolmente di volume, lasciando zone vuote; il secondo, essendo un riempitivo delle sole parti vuote poste all’interno delle due fodere di muratura (esterna – interna) costituenti la “cassa vuota” della parete, lasciava indenni i ponti termici in corrispondenza delle zone piene di travi e pilastri, aggravandone così il difetto, poiché proprio per l’effetto isolante si aumentava lo sbalzo termico tra l’area isolata e quella non isolata.
Diversa è l’ipotesi di analogo tipo di isolamento in fase di costruzione.
Infatti, in questo caso, il posizionamento di pannelli isolanti nella cassa vuota, tra le due murature, è effettuato con maggiore cura a totale rivestimento sia della muratura esterna che delle travi e dei pilastri in essa affogati, ottenendo un corretto e continuativo isolamento ed evitando i tanto famigerati ponti termici “produttori” di condense e muffe.

La terza modalità in genere si attua su interi fabbricati e non su parte di essi, come può essere il singolo appartamento. Il così detto rivestimento a cappotto non è altro che una placcatura di tutta la superficie esterna del fabbricato effettuata con pannelli isolanti, fissati alle facciate con idonei sistemi di ancoraggio (che variano a seconda della tecnologia utilizzata) e a sua volta rivestita con i materiali da esterno più vari come: intonaco armato e tinteggiato (foto 6), placcatura con strutture metalliche portanti sia i pannelli di isolamento che le lastre in apposito cartongesso da esterno (foto 7), ecc. I costi non sono di per sé eccessivi, solo se l’opera viene eseguita nell’ambito di una più completa ristrutturazione, poiché altrimenti, come nel caso del tetto, i costi delle opere provvisionali necessarie all’esecuzione del lavoro (ponteggi), inciderebbero in modo notevole.

Questo tipo di isolamento termico verticale, per rapporto resa/prezzo, si può ritenere il migliore in assoluto, anche se i condomini non lo hanno ancora scoperto, continuando ad eseguire opere di manutenzione esterna, senza porsi il problema del contenimento energetico. Soprattutto in questi casi il consiglio tecnico sarebbe determinante, poiché metterebbe in evidenza: da una parte gli sprechi dovuti alle enormi dispersioni termiche delle facciate dello stabile, e dall’altra il risparmio, costante nel tempo per tutta la durata della vita dell’immobile, attuato per effetto del contenimento delle dispersioni.

Su questo capitolo è doveroso solo aggiungere che il risultato raggiungibile con un isolamento a cappotto, non solo riduce i costi di riscaldamento del 20 – 30%, ma aumenta in modo esponenziale il confort interno di tutti gli ambienti, comunque siano esposti. Infatti quelli esposti a SUD saranno più freschi d’estate, mentre quelli esposti a NORD saranno più caldi d’inverno, ovvero, tutte le esposizioni non soffriranno più di fastidiosi sbalzi termici qualunque sia la stagione o l’ora del giorno e della notte.
Ultimo, solo in ordine cronologico, è il sistema delle pareti ventilate che sono maggiormente utilizzate sugli edifici ad uso ufficio. Questi sistemi, abbastanza costosi, permettono non solo di isolare le murature del fabbricato ma, attraverso un condotto di ventilazione creato artificialmente tra il paramento esterno (che di norma è in pennellature di metallo o vetro, oppure con apposite lastre di marmo) e la retrostante parete propriamente detta, si può regolare la temperatura interna degli ambienti, attraverso il riscaldamento per mezzo del sole o il raffreddamento dell’aria che vi transita dal basso verso l’alto o viceversa, per convezione naturale, ottenendo così, gratuitamente, una base di climatizzazione interna che, all’occorrenza, può essere integrata dai soliti sistemi di riscaldamento o raffrescamento.

 

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Un commento


  • michele cilli

    Salve, ho una struttura iniziata un bel pò di anni fà, e ora devo riaprire il progetto,volevo sapere se l’isolamento termico con lana di vetro che io ho, è a norma di legge. distinti saluti Michele Cilli.

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